La Quaremma: mito e tradizione pugliese


MARIO CONTINO* -
Nei borghi della Puglia, al termine del Carnevale, sulle terrazze delle case può apparire un curioso simbolo della tradizione popolare: la Quaremma. Questo fantoccio dall’anima di paglia – materia umile, agricola, legata alla terra – raffigura una vecchia vestita a lutto, il nero che nel Sud Italia accompagna la sofferenza, la penitenza e il passaggio. La Quaremma è la moglie del Carnevale, figura complementare e antitetica: se lui muore il martedì grasso, lei ne incarna il contraccolpo, il tempo della privazione che segue l’eccesso.

Gli anziani dei paesi interni la osservano ancora con un misto di malinconia e rispetto: è una delle ultime tracce di un mondo contadino quasi scomparso, fatto di feste stagionali, riti di passaggio e racconti trasmessi oralmente. Alcuni narrano ai bambini che la Quaremma, nonostante l’aspetto severo e la fine tra le fiamme, porta benessere ai campi e protegge i raccolti: un residuo di antiche credenze agrarie in cui la figura femminile presiedeva alla fertilità della terra.

L’origine della Quaremma affonda infatti nei riti pagani legati al ciclo delle stagioni, la stessa matrice da cui derivano figure come la Befana o Babbo Natale e che informa anche la storia del Carnevale, erede diretto delle feste propiziatorie romane. In epoca precristiana, molte culture mediterranee ed europee celebravano figure femminili che segnavano la fine dell’inverno e l’attesa della rinascita primaverile. Nei culti romani, Cibele e Diana erano dee della natura selvaggia e della rigenerazione; in Grecia, Demetra governava i cicli agricoli e i Misteri di Eleusi narravano il ritmo cosmico di morte e rinascita attraverso il mito di Persefone. Nelle tradizioni celtiche, le Madri o Grandi Madri presiedevano al rinnovamento della terra, mentre presso i popoli italici pre-romani – Sanniti, Messapi, Peucezi – le feste primaverili erano spesso affidate a figure femminili che incarnavano la morte del vecchio anno e l’inizio del nuovo ciclo vitale.

Con l’avvento del cristianesimo, queste credenze si fusero con la Quaresima, trasformando la Quaremma in un simbolo popolare del periodo penitenziale che precede la Pasqua. Il fuoco che brucia il fantoccio venne reinterpretato come purificazione spirituale, eco dello Spirito Santo che rinnova l’uomo, ma sotto questa lettura cristiana sopravvive il gesto arcaico di “fare spazio al nuovo” bruciando ciò che appartiene all’inverno.

L’iconografia della Quaremma conserva tracce evidenti di questa stratificazione. Il fuso e l’arcolaio che tiene tra le mani non sono semplici strumenti domestici: rappresentano il tempo che scorre e il destino che si tesse. Richiamano Cloto, la Parca che fila la vita, e le sue sorelle che la misurano e la recidono. In alcuni paesi del Salento la Quaremma è considerata una fata, non una strega: e il termine fata, da fatum, “ciò che è detto”, rimanda ancora una volta al destino pronunciato, all’opera delle Parche e delle Moire, custodi del ritmo segreto della vita e della morte.

Ai suoi piedi compare spesso un’arancia conficcata con sette penne – o sette spilli, o sette rametti d’ulivo – una per ogni settimana di Quaresima. Non è solo un calendario materiale: il numero sette, nelle cosmologie antiche, è cifra di completezza e di passaggio. Sette sono i giorni della creazione, le fasi lunari, i cieli dei viaggi iniziatici, le porte che separano l’inverno dalla rinascita. L’arancia, globo terrestre in miniatura, diventa così il mondo attraversato dal tempo sacro, mentre le sette penne segnano il cammino di purificazione che si rinnova ogni anno.

Al termine del periodo, la Quaremma viene rimossa e bruciata. Il fuoco, nella percezione popolare, non distrugge: trasforma. È la chiusura e la riapertura del ciclo, come nei riti agrari di fine inverno in cui si brucia ciò che è vecchio per fare spazio al nuovo, e le ceneri venivano cosparse nei campi per nutrirli con potassio ed altri elementi dati dalla combustione. Un gesto che restituisce alla terra ciò che è stato consumato, affinché possa rinascere.

Oggi le Quaremme compaiono più di rado, ma la loro presenza – anche sporadica – testimonia la vitalità profonda della cultura popolare pugliese. Salvaguardare, tramandare e valorizzare questo antichissimo rituale non è un vezzo folklorico: è un atto di custodia della nostra memoria simbolica, un modo per mantenere vivo il legame con un immaginario che intreccia cosmologia, stagioni, destino e comunità.

* Lo scrittore del mistero