Lecce, storie di fiumi, fantasmi, Messapi e Templari: il "Museo Archeologico Faggiano”


FRANCESCO GRECO.
LECCE – Oggi il fantasma non si è fatto vivo. Dev’essere un tipo strano, dispettoso. Forse sta sciacquando il bucato sotto ai nostri piedi, dove scorre il mitico fiume di Lecce dal curioso nome di Idume.

Apparve, invece, quando nel 2015 arrivarono i colleghi del “New York Times”. Il reportage, ingrandito, spunta ovunque.

E sperano di vederlo i turisti, specie stranieri (“una sorta di luce evanescente che passava in una porticina…”), in coda pazientemente nella stradina accanto a Porta San Biagio (via Ascanio Grandi), in questa primavera capricciosa: un po’ caldo, un po’ freddo.

Ci intruppiamo con loro per apprendere dalla signora alla reception che stiamo calpestando un pavimento di epoca messapica (IV secolo a. C.). Artos, Idomeneo ed Euippa ci perdoneranno, siamo poveri, indegni eredi.

La storia del “Museo Archeologico Faggiano”, un gioiello incastonato fra le chiese più belle di Lecce (San Matteo, Sant’Irene, il Duomo, l’Anfiteatro, le antiche mura soffocate da villette private), con le tele, fra gli altri, di Oronzo Tiso e Antonio Verrio, è tipicamente italiana e merita di essere raccontata.

È un trattato sottinteso di sociologia, ma anche di antropologia. Oltre che di burocrazia acefala, di burocrati levantini, tempi mediterranei, biblici, ma anche di determinazione magno-greca. E sogni inseguiti e realizzati.

Luciano Faggiano e signora, nel 2001 vorrebbero aprire un ristorante per dare un futuro ai figli Marco, Andrea, Davide.

Durante i lavori per un tubo della fogna che provocava umidità, le maestranze trovano il vuoto e, sorpresa!, magicamente appaiono le stratificazioni delle epoche della storia di Lupiae: messapica, romana, un passaggio templare (questa pare fosse la dimora dei Cavalieri dell’Ordine a Lecce), medievale, rinascimentale.

E i tesori nascosti nel ventre caldo della terra ora proposte in più stanze e su più piani.

La Soprintendenza archeologica di Taranto interviene a bloccare i lavori. Soliti tempi larghi per la ripresa. Cosa c’è esattamente alle spalle di Porta San Biagio?

Luciano Faggiano: “Sette anni di scavi hanno portato alla luce numerose stanze sotterranee, cisterne, granai, tombe, cunicoli, un fiume, affreschi templari, graffiti, migliaia di reperti…”.

Comincia un contenzioso che dura anni e sfianca i Faggiano, che però tengono duro. E che a quel punto hanno un’idea geniale e vincente: un Museo privato, tutto loro.

Nasce così nell’aprile del 2008 il “Museo Archeologico Faggiano” (Lecce Sotterranea, 2000 anni di storia), l’ottava meraviglia del mondo, una concentrazione di bellezza rara nei continenti.

E se qualcuno pensa che c’è dell’enfasi in queste parole, deve solo andarci e ci darete ragione (via Ascanio Grandi, 58, tel. 0832/300528, www.museofaggiano.it).

Dal terrazzo si gode tutta la bellezza della città di Ennio, lo splendore delle chiese con opere, fra gli altri, di Antonio Verrio e Oronzo Tiso, ma anche la volgarità: l’architettura fascista che sovrappose il suo ruvido razionalismo all’armonia delle epoche passate, con palazzi assurdi che quasi respingono la luce.

Il passaparola estasiato porta turisti tutto l’anno, h24. Sulla scia del giornale USA, arrivarono poi Le Monde, Rai2, Linea Verde e altre testate.

In questa primavera capricciosa, con la città già invasa dai turisti, i Faggiano sono in festa, felici di annunciare, urbi et orbi, che fra qualche settimana il loro scrigno di tesori si arricchirà di una nuova ala: un locale che dà sul vicolo accanto e che offre altri reperti affascinanti (la reception sarà ivi trasferita).

Ancora Luciano Faggiano: “Quello che posso dire è che prossimamente verrà aperto ai visitatori l’altra parte ubicata affianco a quello che circa 10 anni fa fu immortalato sulla prima pagina del New York Times, mentre la famiglia Faggiano al completo effettuava gli scavi. Importante è vedere la pavimentazione originale in roccia con al centro un canalone che conduce in un ambiente ipogeo collegato a ben visibili vie di fuga utilizzate in tempi antichi dalla popolazione locale in caso di attacco da invasori esterni. Inoltre, è visibile uno scavo quadrangolare semi-ipogeo usato come sepoltura e un altro simile a muro; c’è un continuo di cisterne, da dove si intuisce sempre di più la presenza di una comunità che abitava il luogo. Il tutto è ben visibile senza artefatti, così nudo e crudo come lo ha restituito a noi il tempo. Sicuramente la storia non finisce qui…”.

Sono i racconti che i turisti adorano e che ascoltano in religioso silenzio. En passant va aggiunto che i turisti colti da crampi allo stomaco possono trovare anche un piatto di orecchiette e maritati, pietanza tipicamente made in Lecce/Salento. Altra declinazione, l’ennesima, della bellezza.