Tra segno e disegno... la spirale della vita per una nuova Alleanza


SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI
- "Con il segno e la sua «unita indicazione», la coscienza strappa ciò che ha intuito alla sua indistinta coesione e lo pone in relazione a qualcos’altro; ma il segno è ancora una cosa naturale, che non ha, in sé, alcun significato assoluto, che è solo posto arbitrariamente dal soggetto in relazione a un oggetto". (Giorgio Agamben)

Il segno non ha colore se non quello determinato dal sentimento di esistere. In tal senso anche il segno è uno stato affettivo della mente. Si potrebbe forse affermare, parafrasando Cartesio: Io disegno… dunque sono! Tutti i popoli disegnano e pertanto esistono! Così come avviene ai bambini quando, attraverso il segno-scarabocchio – lo squiggle di Winnicott – si accorgono di essere nel mondo. Si tratta della costruzione dell’identità.

Non a caso Marion Milner afferma che è proprio nell’atto del disegnare che appare evidente la percezione che l’immaginazione si incarna determinando «l’impressione di una improvvisa ricchezza»¹. È infatti attraverso il segno che il bambino lascia una traccia di sé nel mondo: rende manifesto quel primordiale “disegno interno” di cui parla F. Zuccari, quel mondo lontano vissuto in un immaginario altro. Il segno, dunque, è in fondo l’essenziale astrazione dell’antico gesto dell’uomo che scrive la sua storia, e che, come tale, diviene scrittura di un teatro interno che fa dell’essere umano un essere “teatrante” oltre che “parlante”. Il segno, metafora della pulsione primaria, svela i segreti di quell’unico sogno che appartiene a tutti gli esseri umani: il desiderio di esistere per sempre.

In definitiva, nella sua acromaticità il segno contiene in sé la totalità delle visioni del mondo, trascendendole e, al medesimo tempo, radicandole in un unico pensiero, in un unico stato emotivo, affettivo, cognitivo.
Straniero ed estraneo a se stesso, fra suoni e silenzi, il bambino rivela il mistero dell’origine e del suo travagliato viaggio proprio quando spontaneamente “disegna” uno scarabocchio informe che si trasforma ineludibilmente in scrittura-segno che racconta la più complessa storia dell’umanità. Al medesimo tempo, però, il segno svela luoghi sconosciuti. M. Milner ha scritto: «Bisogna infatti avere il coraggio di ammettere che l’esperienza stessa subiva un sorprendente mutamento, quando l’immaginazione veniva portata giù sulla terra e veniva fatta incarnare in un corpo»².

La metaforica incarnazione del pensiero corporeo del bambino nel segno, altri non è se non rispecchiamento e fascinazione nella costruzione della propria immagine, che in ogni caso è sempre un’immagine Altra. Probabilmente la rappresentazione del volto della Madre, del seno materno: la fonte del nutrimento e della vita. Ed anche della disperazione fino all’annichilimento di sé. Una madre che a volte può fantasmaticamente trasformarsi in Agave «che smembra il proprio figlio ossequioso della legge, selvaggia perché è così scissa e negata»³. L’odio e l’amore dentro di noi, per cui «solo quando le due cose si incontrano, si compenetrano, può crescere qualcosa di veramente umano, che non è né buono né cattivo, ma un essere umano»⁴. Dallo scarabocchio alla forma mandalica, alla spirale e ad altre più complesse costruzioni. Questo è il percorso dell’infanzia e del mondo, durante il quale gli uomini scoprono di poter essere più autonomi, liberi e creativi.

In tal senso il bambino, quando lascia un segno sulla terra, gode narcisisticamente dell’atto in sé, ma è sempre l’Altro ad interpretarne il messaggio. Ed è così che nasce il linguaggio, la comunicazione, la parola.

Si tratta dunque di un segno-gesto: l’enigma di quel segno misterioso che appartiene all’universo nelle sue varie forme e manifestazioni. Così, come afferma Charles S. Peirce, «il significato non sta nel segno ma nel rapporto fra i segni»⁵.

Nelle varie caverne e grotte della terra, quali Altamira, Lascaux, Acacus e Porto Badisco, è possibile osservare graffiti a noi lasciati dalle prime comunità umane: un’eredità conoscitiva di tutto ciò che originariamente è stato. Una testimonianza dei vari livelli di coscienza raggiunti gradualmente dall’essere umano. Una coscienza che non deriva dalla presenza dell’oggetto, bensì dell’uso che di quell’oggetto si fa e della comprensione stessa di tale uso.

In tal senso il segno facilita la costruzione dell’Io.

Disegno o ancor più originariamente segno. Dal quale (come già mi è capitato di dire) «comincia veramente e compiutamente la vita della forma e quella della scrittura prima che esse, come diceva Brandi, si separino e diano inizio a differenti percorsi di significazione»⁶. Del resto, non a caso le più antiche scritture sono definite pittografiche. Le ombre sfuggenti dipinte nelle caverne, i segni lasciati da varie popolazioni primitive – dal paleolitico al neolitico, dalla preistoria alla storia – sono inequivocabilmente la testimonianza che si è esistiti in un tempo, in un luogo, in uno spazio ben definiti.

L’intensa comunione tra gli uomini e tutti gli esseri viventi, quali parte di un’unica catena biologica, è stata un’intuizione appartenuta a coloro che ci hanno preceduto, così come l’arte delle grotte e i disegni-simboli sul vasellame ancora oggi ci indicano.

La spirale non è, infatti, un segno qualsiasi: essa consente di riflettere sul mistero della vita. Paradossalmente essa ci appare estremamente inquietante: il DNA, infatti, è spiraliforme. Osservare la spirale ci consente di comprendere che l’inizio non esiste poiché – come s’è già affermato – è illusorio, soprattutto se lo osserviamo da un’altra anamorfica prospettiva. Artisti come Mario Merz facilitano con la loro opera la visione di qualcosa che a noi può apparire sconvolgente: «La relatività e la correlazione di tutte le forme viventi»⁷.

I nostri progenitori intuitivamente sapevano che nulla esiste se non l’esistenza all’interno di un unico complesso prisma. La natura “essenziale” della complessità, fissando il segno, testimonia quell’istante astorico e atemporale che si inscrive nelle categorie della storia, dei rapporti umani, del divenire.

Il segno è pertanto la rappresentazione della “coscienza dell’esser sveglio”, del “sentirsi” vivi e di vedere il mondo con occhi sempre diversi, per re-inventarlo e farlo proprio, per trovare sempre nuove relazioni con gli oggetti d’amore, legami che lasciano affiorare parti di sé e dell’Altro.

Si tratterà forse di illusioni che permettono di affrontare la realtà o scoprire quel Sé immaginativo che fa sì che si abbia l’impressione di aver partecipato in qualche modo alla creazione del mondo. In ogni caso sono illusioni necessarie.

Quando il bambino traccia sul foglio uno scarabocchio di forma pressoché rotonda, probabilmente tende a rappresentare il seno materno per essere sicuro di non perderlo mai più, di garantirsi quel nutrimento caldo, materico e rassicurante, finanche dopo la fatale separazione. Egli incomincia a percepire il Sé anche come un Io narrante, a rappresentare se stesso e a porre in relazione il mondo interno e il mondo esterno creando fra Sé e l’Altro uno spazio e una distanza necessaria: la creatività in tal senso diventa una condizione irrinunciabile, se si vuol incominciare ad avere la percezione di essere vitali, liberi ed in un certo senso autonomi.

Il segno, dunque, funziona da elemento in grado di determinare quello spazio all’interno del quale transitano gli oggetti, le speranze e i desideri. L’identità del segno trasmigra così di segno in segno e ogni volta che esso viene interpretato diventa immancabilmente altro, pur rimanendo identico a se stesso. Si trasforma in scrittura.

Nel segno che ritroviamo nelle profondità delle grotte, forse metaforiche del luogo originario caldo-umido in cui tutti gli esseri umani in origine dimorano e percepiscono confusivamente immagini, suoni, odori, sensazioni, idee e immagini, non vi è soltanto la testimonianza di un Sé individuale, bensì quello dei popoli e delle civiltà alla ricerca di visioni altre, di comunicazioni diverse che possano valicare i confini dell’universo alla ricerca dell’Uno.

Si struttura, pertanto, una drammatizzazione oltre che traduzione in un altro linguaggio – sonoro, gestuale, visivo, verbale... – di quel pensiero che si forma all’interno della memoria di quella primaria esperienza dalla quale nascono tutte le cose⁸. In tale dimensione il segno non può se non essere colorato di emozioni. È emozione.

Ed è, appunto, al segno o di-segno (come descritto da Federico Zuccari), nonché alle sue successive e varie rielaborazioni, che è sempre stata affidata la testimonianza di una comunicazione in grado di stabilire sentieri invisibili, di unire i popoli rispettandone ed esaltandone le differenze e le diversità. Di qui la riflessione sul carattere di “unicità” plurale del “segno”, quale oggetto significante il Soggetto, inequivocabilmente parte integrante della Natura e della Storia. Nel segno è il segreto dell’identità dell’essere umano e, nella sua diversificazione, è la differenza che identifica ciascun popolo, ciascun individuo.

Il discorso sul segno è però il discorso dell’avventura semiotica che implica strutturalmente il godimento, atto quest’ultimo che non si inscrive nel fantasma del desiderio, ma nel desiderio medesimo come discorso che necessita dell’istante per vedere; del tempo per comprendere; del momento per l’altro che deve legittimare il gesto, altrimenti sarebbe stato un gesto vano...

Non si può non pensare alla confusione di Babele, ovvero, fuor di metafora, ai tratti problematici di ciascuno di noi che sono in parte comprensibili soltanto attraverso l’acquisizione di un diverso sentire.

In tale non facile analisi e complesso percorso si annida la speranza di non esser soli sulla terra e che qualcosa di soprannaturale, comunque sconosciuto, ci attende benevolmente. Il segno, pertanto, quale simbolo dell’identità umana nonché primordiale scrittura del gesto spontaneo, va inteso come linguaggio universale che trascende l’essere stesso e la sua storia per collocarsi immaginativamente in una dimensione più vasta. Si tratta sempre di un segno per qualcuno: qualcosa di “elementare” e comunque “condivisibile” con tutte le civiltà, così come lo è la struttura elicoidale del DNA, oltre all’essenza stessa della materia vivente. Una struttura che si esprime in infinite forme. Il “me” a confronto con il “non me”, affinché questo sia sempre “me”. La storia dell’umanità non a caso è contemporaneamente pregna di angoscia, di paura e di amore.

Ed è evidente a questo punto che non si può non ricordare che è proprio nel rapporto Madre-Bambino, fin da quando germina la vita in epoca prenatale, che si annidano le funzioni psichiche, la possibilità di contenere le angosce, di gestire l’ansia e far sì che questa si trasformi in processo creativo in grado di consentire l’illusione di aver in qualche modo “modellato” e “risentito” il mondo.

È la consapevolezza di tali umane dimensioni che fa sì che il segno rappresenti l’integrazione fra l’Identico e la Differenza, la perdita di ciò che in parte si è per accogliere l’Alterità in ogni caso già inscritta dentro di noi.

Dal segno alla scrittura il passo è breve: nel primo dimora l’unitarietà universale e nella seconda risiede la ricchezza della differenziazione, le molteplici identità, la pluralità dell’Io, l’affiorare di tutto ciò che scaturisce dall’unicità del segno quale riflesso del nucleo invisibile dell’“incipit”.

Questo è l’enigma dell’esistenza, al quale comunque non c’è risposta. Non a caso Edipo chiede a Creonte: «Furono fatte ricerche su quella morte?». E Creonte risponde: «E come no? Ci prodigammo ma non scoprimmo nulla».

La storia umana forse nasce da un senso di colpa originario: l’uccisione simbolica del Padre e la pretesa dunque di essere l’unico Dio in compagnia della Madre. In tale dilaniante idea si nasconde il segreto dell’arte in tutte le sue forme. Di qui anche le radici delle ragioni del dominio dell’uomo sull’uomo, della subalternità della donna, dell’espropriazione delle forme culturali e mentali dei mondi altri.
La storia dell’Occidente, se pur nata dalla pluralità del “logos” mediterraneo, è stata costruita come se fosse l’unica storia possibile. Una civiltà, dunque, che si fonda sulla perdita, sull’assenza...
Fatale è stata la negazione dell’Altro e lo sterminio dei linguaggi, delle scritture, delle tradizioni.
Il segno, nella sua essenza, riporta invece tutti i popoli a quella che è la realtà dell’essere umano, che, pur differenziandosi in forme e colori, non ha colore se non quello dell’origine unica di civiltà diverse. Il segno riporta l’umanità allo stato zero della sua nascita, al punto mobile della spirale, in modo che la storia umana possa ricominciare nel “segno” della rinascita e della consapevolezza della molteplicità dei popoli, con i quali da sempre condividiamo un’arcaica memoria che urge ricostruire.

Dinanzi alla confusività di ruoli e funzioni, all’imminente probabile catastrofe della cosiddetta civiltà, emerge fatalmente la ricerca disperata di un’identità sedimentata all’interno della storia, mentre i sentimenti verso le etnie possono pericolosamente radicalizzarsi. Il momento non è facile, ma, nonostante la drammaticità degli eventi ai quali apparentemente non turbati assistiamo, esso rappresenta l’ultima nostra possibilità di riscatto nei confronti di quella che angosciosamente percepiamo come Estraneità e che in qualche modo è parte di noi. In tal senso la tragedia può trasformarsi in catarsi e salvezza.
Non si devono omologare le differenze, bensì salvaguardarne l’esistenza. Ed è l’universalità del “segno”, patrimonio comune e unitario di tutti i popoli della Terra, ad offrire memoria e testimonianza per la costruzione di una nuova “coscienza planetaria”, per il recupero non nostalgico della nostra identità, come patrimonio da orientare verso la pienezza futura, verso la sinfonia delle diversità¹⁰.

Ed è a questo punto così critico della nostra civiltà che le culture “forti”, proprio perché tali, devono riconoscere le culture “deboli”, il “non-me”, in modo che l’Altro emerga dai luoghi dell’oblio. Riconoscere Dioniso è necessario dentro di sé.
Una pluralità, dunque, che dilaga sulla terra e che delinea, se pur confusamente, il tempo che verrà: ovvero l’epifania del Diverso, la presenza inquietante, reale e concreta del “non me”, l’avvento dell’Alterità, ovvero della coscienza della separazione e del limite, della morte e della violenza del morire. Ed è da questo fatale incontro, nella memoria e nella testimonianza del significato dell’universalità del segno, il quale d’altra parte pone in luce le varie scissioni difensive, che può riaprirsi l’antico dialogo dell’essere umano, delle varie identità, per facilitare la nascita di un uomo rinnovato. Un patto fra le generazioni: l’inizio di una nuova Alleanza.