Tra corpo e mente
SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - "Per questo Newton: hypotheses non fingo; le ipotesi non sono escogitazioni arbitrarie. Esse sono ricavate dal progetto fondamentale della natura e iscritte in esso". --Martin Heidegger
Paesaggi, scenari, visioni
La fine della modernità implica anche la fine di quel monologo culturale che ha impedito finora all’uomo occidentale di percepire l’altro come tale e di stabilire con lui un rapporto di autentica reciprocità.
Ernesto Balducci
L’artista, tra odori, suoni e immagini, riscopre le erbe e gli alberi, la luna e le stelle, mentre raccoglie i frammenti del suo volto attraverso lo specchio dell’arte in cui non sempre può guardare sino in fondo. Ma egli non può non illudersi di ri-creare il mondo, poiché esistono le fecondità interiori alle quali non può sfuggire, così come avviene per i cicli della terra dove nulla è casuale: il maggese, infatti, prelude a nuove stagioni e al dolore della rigenerazione, nascosto nell’energia vitale, e che inevitabilmente ritorna con voce di poesia.
Esiodo racconta che Eros apparve insieme a Gaia dal grembo di Caos. Figlio della Notte e del Vento, il dio che “scioglie le membra” non si incarna ma vive invisibile nel corpo e nella mente, nelle creature tutte, trascendendo con la sua luce il cielo e la terra. Eros permea di sé la materia aggregandola in forme sempre nuove e diverse. Ed è per queste ragioni che «dall’eros si teme di essere travolti e annientati; ma anche di essere trasformati»1.
L’arte, che di Thanatos si nutre, è quell’intelligere che cammina nell’ombra, pieno di paura, per poter vedere sinanche le fate immerse nel folto oscuro del bosco. Ed è proprio l’inscriversi dell’Arte tra Natura e Cultura alla radice del Senso che facilita in noi la possibilità di accorgersi del “cielo smaltato” e del cespuglio di rovi dal quale può nascere la rosa sulla croce del tempo.
Alla Natura sempre si torna, alla ricerca delle origini, ad un inizio che non c’è mai stato, alla Madre, quale prima Musa ascoltata nel luogo dell’intimità più profonda e universale. Si tratta del materno, dell’abisso caldo e a tratti terrifico. Un materno comunque perduto.
Avvolto nell’enigma della creazione, l’artista ri-sente pensieri assopiti, ri-vede pianure solitarie, di-segna ignoti paesaggi che esistono dall’eternità, si esprime con e nella poesia. Ma è soltanto nello sguardo dell’Altro, silenzioso al suo fianco, in attesa di pronunciare parole diverse, che può guardare sino in fondo se stesso senza l’angoscia di perdersi nel nulla. Conoscersi è riconoscersi nelle diversità, pur rimanendo se stessi in un tessuto intersoggettivo in cui l’Altro è sempre parte di noi. Non a caso Bruno Gelas scrive che lo statuto stesso dell’alterità va «inteso come la combinazione del differente e del simile: l’Altro ma in me. La Musa, quando esiste, non è che l’immagine di un ritorno alla fonte indefinitamente rinviato, un abbandono attraverso le parole al movimento di un “sempre al di qua” nel più profondo di me stesso, e un poema liberato sempre, in questo senso, dalla scrittura dell’Io»2.
Il mondo dell’arte è oggi gonfio di perdute visioni. Le forme si derealizzano fino a disincarnarsi e a far sì che il corpo umano non sia più il luogo della trasformazione, delle diverse rappresentazioni del mondo. Il corpo non sembra più essere contenuto dalla pelle proprio come le immagini scarnificate che la pittura presenta insieme alle devastazioni del corpo stesso, della materia vivente. E allora la scissione tra Natura e Cultura, tra Sé e l’Altro può determinare lacerazioni ancora più atroci che in ogni caso sono negate dall’indifferenza, così come, d’altronde, dal mondo del cyborg, che quale «orrido telos apocalittico del crescente dominio dell’individuazione astratta: un sé supremo finalmente libero da ogni forma di dipendenza...»3, non riconosce le origini e annienta sia l’Identico che il Diverso.
Eppure soltanto l’apparente follia dell’Arte garantisce la nostra quotidiana salute nonostante il nostro tempo si colori di orrore mentre si odono i lamenti dell’innocente che muore nel deserto. I nuovi capri sacrificati sugli altari del Nemico. O forse del potere e del denaro. Non vi sono parole adeguate per raccontare le contraddizioni della nostra epoca, di come ancora Apollo scortichi vivo Marsia, come si può osservare anche in quel dipinto di Artemisia Gentileschi, che, con oscura bellezza, pone in scena la violenza che “turba e commuove”. Nell’opera di Artemisia dalle braccia di Marsia scorre sulla terra il sangue del vinto che osò sfidare il vincitore. Il satiro fu sospeso a un pino, punito dal dio del Parnaso che secondo il giudizio delle Muse aveva superato Marsia nella gara musicale. La pelle del satiro rimase appesa all’albero presso la sorgente del fiume che porta ora il suo nome. Il canto si trasformò così in urla disarticolate: l’apollineo può dunque riaprire l’abisso del dionisiaco. Un Sé psichico, infatti, viene contenuto proprio dalla pelle che garantisce quell’individualità, quel “sentirsi” nella pelle, che lo pone in relazione con il mondo. E, come scrive D. Anzieu, «la pelle, sistema di più organi di senso (tatto, pressione, dolore, calore...) è a sua volta in stretta connessione con altri organi di senso esterni (udito, vista, odorato, gusto) e con la sensibilità cinestesica e di equilibrio»4. Una pelle che in origine è stata attraversata dalle emozioni e dai pensieri della madre, dal primo e ineludibile holding senza il quale non è possibile vivere. Marsia, privato della sua pelle, presenta tutta la sua inermità: nessuno lo può toccare. Neanche la Madre-Terra può accoglierlo senza ulteriormente lacerarlo. Le funzioni psichiche si frantumano nell’orrore del dolore e del vuoto. È a tutti noto come R. Schwarzkogler5, artista viennese, nelle sue performance usasse lacerare la propria pelle fino all’estremo: gli interventi furono oggetto di mostre. L’alterazione della “pelle della pittura” rappresenta un profondo attacco alla “fonte” della creatività... E i cyborg riusciranno mai a percepire il dolore dinanzi allo scempio della “carne del mondo”? I tentativi di “umanizzazione” della macchina riusciranno mai a far proprio il gesto della creazione6?
Probabilmente le regioni dell’arte ci rimarranno sempre sconosciute, in questa eternità in cui il tempo ritorna e il problema dell’esistenza giacerà nell’abisso della nostra povertà: l’enigma sarà sempre governato dalla sua stessa indicibilità. Ma è nei labirinti delle immagini e dei suoni che la parola può ancora farsi Sirena e Minotauro e la quercia di Dodona sussurrare misteri intraducibili. In attesa di riascoltare quella voce che ha fondato il nostro Sé: un suono che evoca le sensazioni del passato rendendole presenti ed in grado, come tali, di spingerci ad affrontare l’ignoto.
A ciascuno, però, rimane la propria solitudine entro i confini della pelle: il corpo non permette mai più di quanto non gli sia consentito. Ma uno dopo l’altro i desideri transitano dal corpo nelle stanze degli affetti che plasmano la mente, mentre la mela dell’Eden, sempre verde e dolce, detiene il segreto della morte.
Non si può dunque cambiare il destino per cui le Muse rivendicano ancora il diritto di “dire il vero” attraverso il linguaggio delle arti, quale area in cui è possibile “cantare” e “suonare” senza destare l’ira del dio. Fuor di metafora, senza sentire l’invidia distruttiva proiettata sull’Altro. Marsia si scorticò da solo, lasciando ad Apollo il compito di porre in atto la sua stessa aggressività proiettata sul dio.
La creatività, invece, fa sì che il Soggetto accada a se stesso in una trama di nuovi legami per incontrare l’Altro senza distruggere parti di Sé e dell’Altro stesso.
Nelle arti il Senso è assoluto: un senso che non si avvale soltanto di sguardi, di gesti, di suoni, di odori, di tatto, ma della possibilità di transitare all’interno di dimensioni spazio-temporali diverse, sostenuti dall’eco del “materno perduto”7 inscritto dentro di noi. Siamo, in tal senso, come Edipo in stato di abbandono alla ricerca della sua identità e delle sue origini, per poter vedere con altri occhi... L’arte è femminile per principio e la madre interna è la Musa del Senso che consente al tragico di diventare poesia, di riconoscere che l’epilogo è anche il prologo. Nella Medea di Euripide tocca alla Nutrice dire che la sua padrona «ha un animo violento e non tollererà di essere maltrattata». «Io la conosco», dice, «e ho timore che ella spinga una spada affilata attraverso il fegato, essendo entrata in silenzio nella casa dove si trovava il letto nuziale, oppure che uccida il sovrano e colui che ha contratto le nozze e che poi si procuri una sventura maggiore»8. Medea pose in atto i suoi propositi di vendetta nei confronti di Giasone uccidendo i suoi figli e negando in tal modo se stessa. La Nutrice si era già accorta che Medea aveva lanciato «uno sguardo feroce su di loro». Uno sguardo che in ogni caso era un grido di orrore misto ad amore ed esitazione, così come è possibile comprendere dall’intera tragedia. Un grido che è proprio come quello che ha descritto Munch, già nel 1892, prima di dipingere. L’Urlo: «Passeggiavo con due amici quando il sole tramontò. Il cielo divenne all’improvviso di un rosso sangue... I miei amici proseguirono il cammino, mentre io, tremando ancora per l’angoscia, sentii che un grido senza fine attraversava la natura».
L’inevitabile sofferenza dell’esistere in quanto tale a volte non trova parole che possano consentire la condivisione dell’infelicità: il dolore, infatti, può essere contenuto in maggior misura non solo da un holding adeguato ma da quegli strumenti che compongono la grammatica della creatività.
Suoni, gesti, immagini e poesie scaturiscono dagli scenari di sogni inenarrabili, da incubi che nel loro mistero conservano un’intimità universale, qualcosa di primordiale, di materico, che giunge da un tempo lontano di cui percepiamo soltanto rari bagliori, minime tracce sonore, indefinibili odori...
E sono proprio gli strumenti dell’arte che possono tracciare nuovi sentieri che consentano l’incontro fra il maschile e il femminile nell’ambito di un unico straordinario linguaggio, senza l’orrore del vuoto che genera il panico mortale, gesti insani e, in assoluto, il dominio dell’Uno sull’Altro.
Nelle arti possiamo incontrare l’essenza dell’infanzia del mondo: l’onnipotenza e il suo limite, il desiderio, la tragedia e il dramma9. Tutta la storia delle arti non è altro che il grande racconto della nostalgia, ovvero del dolore del ricordo per aver fortemente desiderato il primario indistinto oggetto d’amore. Ma il mondo perduto non può ritornare se non attraverso il riflesso che le stesse arti generano con la loro capacità di ricomposizione fantasmatica di tutto ciò che è stato. Si tratta di un’illusione necessaria per non sprofondare nel caos delle tenebre e del nulla, e via via sperimentando la frantumazione del sé.
Un grande gioco che, in una dimensione atemporale, evita alla solitudine di trasformarsi in disperazione.
La pelle dell’arte, oggi, è come quella di Marsia. E forse come quella degli innocenti straziati da una violenza mai paga... All’improvviso l’immagine sembra predisporsi all’avvento del futuro, di qualcosa che avverrà: l’inedito che può cambiare il corso della storia. Una nuova e diversa unione dei popoli: non a caso la radice sanscrita di “pace” significa “unione, legame...” e dunque pienezza, comunione e partecipazione della propria vita agli altri. Ma perché tutto ciò avvenga e si manifesti in maniera solida e duratura, l’unione implica la consapevolezza della Differenza e della sua inestimabile ricchezza. Una “dissimiglianza” che, proprio perché tale, garantisce la permanenza di quella Identità, unica ed irripetibile, propria di ciascun essere umano. Su tale consapevolezza si può stabilire la reciprocità.
Sono infatti i poeti, i musicisti, i pittori, che, giocando con l’“immagine”, riescono a veicolare le aggressività, i rancori, le rabbie distruttive, ad esprimere proprie ed individuali parti sofferenti e/o desideranti senza esserne annientati, ma trasformati. Essi consentono di ri-sentire l’intimità dell’essere e l’originaria unità simbiotica, di riparare la pelle-madre che, per nascere, abbiamo lacerato.
Oggi sembriamo coscienti che è fondamentale l’integrazione dialettica fra le varie culture e tradizioni, ma non sempre tutto ciò accade... L’Arte svela i paesaggi sconosciuti della psiche umana e della storia dei popoli, rende visibili sogni e visioni del corpomente, ma al medesimo tempo si pone come cerniera e saldatura di tutto ciò che appare irrecuperabile. L’arte è corpo-e-mente mentre vede ciò che in un tempo indefinibile è stato percepito, sentito, visto...
Attraverso le arti è possibile ricomporre un’antica profonda scissione, affrontare il quieto orrore del “sublime”: la realtà-irrealtà dell’immagine consente di tollerare la sofferenza, l’angoscia e il dolore, l’odio e la distruttività, tutto ciò che appare inconciliabile, disintegrato e per sempre frantumato.
Si tratta, come già detto, di un luogo atopico, all’interno del quale dramma e tragedia rappresentano il dolore umano, mentre germina la consapevolezza del poter essere liberi. Merleau-Ponty scrive: «Cos’è dunque la libertà? Nascere è nascere dal mondo e al tempo stesso nascere al mondo. Il mondo è già costituito, ma non è mai completamente costituito. Sotto il primo rapporto noi siamo sollecitati, sotto il secondo siamo aperti a una infinità di possibili»10.
L’Arte tende a risvegliare la persona, l’individuo e la sua storia, mentre costruisce un racconto all’interno del quale si inscrive la possibilità che l’uomo, attraverso e con l’Altro, ricrei se stesso e il mondo. Un risveglio che è un imparare a sentire, a vedere, a pensare. In tal senso, Arte è Eros.
Note
S. Di Lorenzo, L’Eros e la scoperta dell’Io, in Eros e Amore, “Quaderni di psiche”, Red Edizioni, Como 1988, pp. 47-48.
B. Gelas, L’ispirazione: il poema; la lingua e la voce, cit., p. 130.
D. Haraway, in Le filosofie femministe, a cura di F. Restaino e A. Cavarero, Paravia, Torino 1999, p. 239.
D. Anzieu, L’io-pelle, Borla, Roma 1987, pp. 25-26.
Cfr. D. Anzieu, op. cit., pp. 63-72.
Vedi il recente F. Alfano Miglietti, Identità mutanti, presentazione di Lea Vergine, Bruno Mondadori, Milano 2004.
B. Gelas, op. cit., p. 133.
Euripide, Medea, introduzione e premessa al testo di V. Di Benedetto, Rizzoli, Milano 1997, p. 109, vv. 39-44.
A. Giannakoulas e S. Fizzarotti Selvaggi, Dell’Intimità, del Corpo e del Pensiero... giocare, creare, curare, op. cit., p. 12.
M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003, p. 578.
Nel testo vi sono alcune mie riflessioni scritte per il testo “Il colore della mente”, Schena Edizioni.
