Grande Guerra Patriottica e Resistenza: quel 'cuore senza bandiera' delle donne


FRANCESCO GRECO - ROMA
– Hitler informò Mussolini dell’invasione dell’URSS (“Operazione Barbarossa”) solo mezzora prima. Era la considerazione del Terzo Reich per l’alleato fascista: zero. Corsi e ricorsi, la stessa che oggi gli USA hanno del nostro Paese. Sotto zero.

L’Italia mandò truppe in due tempi: luglio 1941, CSIR (Corpo di Spedizione Italiana in Russia): 62mila uomini male armati, vestiti, equipaggiati, scarpe di cartone usate nel deserto libico, non adatte al gelo e la neve delle steppe (qualcuno ci aveva lucrato, tanto per cambiare).

A settembre occuparono Kiev, poi Stalino (oggi Donetsk). Scrive un soldato: “Gli ucraini sono generosi con noi: ci offrono polli, vitelli, frutta”.

Luglio 1942: il fascismo quadruplica gli uomini. Il CSIR fu assorbito dall’ARMIR (Armata Italiana in Russia), 230mila uomini (fra cui la divisione alpina Julia), a formare l’VIII Armata, in appoggio ai tedeschi di stanza nel sud dell’URSS.

L’11 dicembre 1942, l’offensiva sovietica, operazione-Saturno (sul Don), è la disfatta italiana, gravissime perdite: 84.300 fra caduti e dispersi, 48.967 i prigionieri.

L’85% delle operazioni (1418 giorni e notti) videro come teatro il fronte orientale. Per la Storia: le armate hitleriane attaccarono il 22 giugno 1941, alle 4 e mezzo del mattino. Un genocidio di cui il popolo sovietico pagò il prezzo più alto, “il più grande sacrificio della Storia”, Dariya Pushkova, direttrice della Casa Russa a Roma (attiva dal 2011): circa 27 milioni di vite umane. 8,5 milioni militari dell’Armata Rossa, morti in combattimento e in prigionia. I civili furono circa 14 milioni, uccisi da fame e fatica nei campi di lavoro, fra cui 7,4 milioni sterminati direttamente, 2,1 milioni nei campi di lavoro in Germania, 4,1 milioni per fame, malattie, mancata assistenza medica.

L’orologio scandisce un minuto di silenzio: tutti in piedi per onorare “il sacrificio di uomini e donne che combatterono per le generazioni future” (Pushkova, il nonno fu ferito nelle prime ore dell’attacco).

A 85 anni dalla tragedia, quando il mondo entrò in modalità follia (oggi i popoli occidentali vedono sgomenti la replica, cupio dissolvi), alla Casa Russa conferenza per ricordare quella che i Russi chiamano “Giornata della Memoria e del Dolore”. Titolo: “Le storie sconosciute dei combattenti contro il nazismo”.

Svelano la verità su quanto avvenne, divergente da quella ufficiale, modulata da propaganda, menzogne, censure, omertà.

Materiali su cui gli storici, in Russia e in Italia, continuano a indagare con passione, aggiungendo nuove tessere al mosaico infinito.

Alexej Paramonov, Ambasciatore Plenipotenzario della Federazione Russa: “Fu la guerra più sanguinosa e crudele della Storia, totale, senza compromessi: per lo sterminio del nostro popolo e il nostro Stato. Per sottomettere e colonizzare il nostro Paese. Le relazioni fra la Russia e l’Italia si fondano su quel sacrificio. La Russia di adopera perché sia riconosciuto e giudicato. Oggi assistiamo a tentativi di riportare indietro la Storia. Il riarmo di NATO e UE pare una nuova Operazione Barbarossa. Noi faremo tutto il possibile affinché l’Europa non riviva le pagine del passato”.

Interventi: lo storico Gianbattista Cadoppi (fresco di stampa “Sui monti dell’Italia. Memorie di un garibaldino russo”, di Anatoly Tarasov, comandante del battaglione russo della divisione “Garibaldi” area Modena-Reggio Emilia) e Gianni De Blasis, medico abruzzese (già direttore dell’Unità Chirurgica Vascolare Ospedale di Avezzano) prestato alla ricerca storica (“La Liberazione. Resistenti e collaborazionisti nella Provincia dell’Aquila”).

Oggi, a. D. 2026, l’Occidente è immerso nel brodo primordiale del relativismo storico, “memoria selettiva” (Pushkova), la rimozione ex abrupto dei simboli della Resistenza e la sconfitta della barbarie nazifascista, “il più grande Olocausto della Storia” (Codoppi).

“Da 30 anni – riflette preoccupato – assistiamo alla rinazificazione della Storia e alla sistematica cancellazione del ruolo dell’Armata Rossa: una minaccia per la nostra civiltà. A loro si deve l’annientamento di ben l’85% delle truppe naziste e degli Alleati. I fantasmi di fascismo e nazismo stanno oscurando il nostro futuro. Nel mio libro propongo di elevare la lotta antinazista a bene protetto dell’UNESCO, utilizzando come link spirituale e storico l’epopea dimenticata dei 6mila partigiani sovietici che combatterono in Italia: 500 morirono per la nostra libertà”.

Oltre mille monumenti che ricordano il tributo di sangue dei liberatori abbattuti in Europa e nell’Est (Ucraina, Polonia, Paesi Baltici), “una ferita al patrimonio culturale dell’umanità: un’iconoclastia politica in nome della russofobia imperante, che priva le generazioni future di un monito contro il ritorno del nazismo”.

Se la lotta antinazista fosse protetta dall’UNESCO, la rimozione dei monumenti sarebbe considerata un reato.

Dopo aver ricordato che i canti partigiani (Bella ciao, Fischia il vento) nascono da melodie russe e che Tarasov “comprende che la Resistenza italiana è un pezzo dello stesso mosaico che si stava componendo a Stalingrado, Leningrado, Kursk…”, lo storico emiliano ha auspicato “una nuova fratellanza fra il mondo russo e occidentale”, riflettendo che “non è un’utopia, in nome del sacrificio dei 6mila fra russi, ucraini, bielorussi, uzbeki, georgiani che dopo aver lavorato come schiavi in prigionia, si unirono alle brigate dei partigiani italiani e non combatterono per una bandiera nazionale, ma per un’idea universale di dignità umana: parlavano lingue diverse, ma condividevano lo stesso nemico, la fame, il freddo, l’ideale della libertà: un capitale di sangue contro la russofobia. La politica divide, la storia della Resistenza unisce. Se l’Occidente protegge la memoria dei soldati russi che l’hanno liberata e il mondo russo riconosce questo legame, si crea un luogo neutro, un sacrario della memoria”.

La russofobia è intollerabile: quei 6mila sovietici si unirono alla Resistenza italiana (fra i capi partigiani, Sandro Pertini e Ferruccio Parri, che guidò il governo delI’Italia liberata), dopo l’armistizio (8 settembre 1943): venivano dai campi di concentramento, di lavoro (sfuggiti agli aguzzini e alla deportazione), oppure associati all’esercito di Hitler che si rivoltavano. Inquadrati in bande partigiane, o che si nascondevano in montagna.

Assistiti dai “cuori senza bandiera” delle donne italiane (in Abruzzo c’è il monumento al milite ignoto, Ivan: risale agli anni Settanta).

Come, al contempo, i soldati italiani nell’URSS che disertavano “trovando rifugio nelle case dei contadini, che li sfamavano e li proteggevano” (Codoppi). Molti tornarono in patria con ragazze russe, che sposarono: nel 1946 nacque un Dipartimento che trattò la materia, se ne occupò pure il cinema: Vittorio De Sica, “I Girasoli”, con Sofia Loren e Marcello Mastroianni. “I partigiani sovietici nella Resistenza italiana” è il titolo di una ricerca di Massimo Eccli e Sandro Teti, appena edita dallo stesso Teti e presentato (via dei Sabelli, Circolo GAP, Roma).

Il “cuore senza bandiera” delle donne sovietiche e italiane è un valore trasversale, un linguaggio universale: un messaggio di vita.

De Blasis ha parlato della censura fascista in Abruzzo. Le preziose lettere dal fronte russo che ha recuperato dagli archivi delle censure e pubblicato, svelano altre verità, riscrivono “dal basso” la narrazione, “cosa pensavano della guerra, il fascismo, le invasioni, la fame, le carestie che soffrivano al fronte. Il regime censurava le lettere in cui si reprimeva lo spirito guerriero della Nazione”.

Da quegli scritti di ragazzi quasi analfabeti, si intuisce che il fascismo enfatizzava il presunto ateismo dell’URSS, un anticomunismo da Crociata per “convertire” gli infedeli: “Se non torno – scrive il cappellano don Ascenzio De Rosa - sappiate che sono qui a lottare per la fede e la patria, perché nel cuore di Mosca palpiti il cuore di Cristo”. Morirà in battaglia.

Arriva l’inverno russo, un soldato alla mamma: “Abbiamo 40° sotto zero, molti sono i congelati, vedo gente senza gambe, senza naso… Ho bisogno di molta roba, non abbiamo niente e ho fame”.

Soffrono ovviamente pure le popolazioni occupate: “C’è gente che muore di fame: quando c’è la distribuzione del rancio, ci sono sempre un centinaio di bambini, con i loro barattoletti, che ci chiedono un po’ di brodo: fanno compassione”.

Stupiti gli italiani “scoprono” le ragazze dell’Armata Rossa che “scendono dal cielo”, come se l’amor patrio avesse un genere.

Scrive a casa: “Ci sono anche le donne che combattono insieme agli uomini… Ne abbiamo prese tante prigioniere… Combattono più accanite degli uomini, vestono come loro: sono tutte ragazze in gamba… Ci sono tanti aerei pilotati dalle donne, quando si vedono in pericolo si buttano col paracadute. Gli italiani alzano le mani: fossero uomini, li ammazzerebbero, ma siccome sono donne le aspettiamo a braccia aperte”.

Natale 1942: volantini sui soldati italiani: “Perché siete venuti qui in Russia a combattere contro un popolo che non ha mai minacciato di invadere l’Italia? Arrendetevi, o tornate a casa!”.

Omelia di don Carlo Caponetti, cappellano: “Coraggio, figlioli: questa notte Cristo nasce anche qui, nel gelo, fra le granate e il sangue... Che abbia pietà di noi!”. (Non rivide più l’Abruzzo, nella prigione di Tambov in pochi mesi morì il 68% dei prigionieri).

Italiani in ritirata: fame, freddo, malattie, ferite, morte. “Scoprono” la generosità e l’umanità dei Russi: “Il popolo russo è gente calma e di cuore. Sono stato ospitato da centinaia di famiglie, che mi hanno accolto come un loro figlio dandomi del vitto. Le gentilezze di questa buona gente sono state tante che non avrei mai immaginato”.

I prigionieri furono spinti a Est, lontani dal fronte, nella “marcia di annientamento” (è sempre inverno, mortalità altissima). Tutto nel romanzo di Nuto Revelli (ufficiale degli alpini), “La strada del Davai”. Anche qui le donne hanno gesti che vengono dal cuore. Altra lettera: “Con grande coraggio e piene di un encomiabile senso di umanità, camminando insieme a noi, ci porgevano il cibo e da bere, nonostante le imprecazioni dei figli in divisa della loro stessa Nazione. Grazie al loro cuore senza bandiera…”.

Commuove l’eco di un sentimento carsico che scorre fra le italiane che accolgono i soldati russi uniti alla Resistenza e le donne russe: stesso “cuore senza bandiera”.

In chiusura l’annuncio della mostra “Tragedia, coraggio, imprese”: documenti d’archivio, foto, lettere dal fronte, dipinti, manifesti, testimonianze dei combattenti del ’43, provenienti dal Museo della Vittoria, il Memoriale della Fortezza di Brest e collezioni private.

E un bel docu-film “I volontari delle milizie popolari”, prodotto da Russia Today: storici, giornalisti, famigliari hanno ricostruito la vera storia dei volontari che, estate 1941, subito dopo l’aggressione nazista che procedeva verso Mosca, pur esentati dal fronte per età e professione, si arruolarono: diplomatici, scienziati, insegnanti, artisti, musicisti, attori, etc.

C’era anche la “Banda degli Ottoni” di Mosca: posarono gli strumenti, imbracciarono i fucili. Senza alcuna esperienza di guerra: “Non cederemo nemmeno un pezzetto della nostra terra”. Molti morirono nell’autunno 1941, “Ma davanti a Dio sono tutti vivi…” (sacerdote ortodosso). “La bandiera rossa a Berlino l’abbiamo piantata noi e nessun altro…”.

Particolare pedagogico assai istruttivo: nel Lugansk, febbraio 2022 (OMS), si è ripetuta la stessa scena: arruolati volontari docenti universitari, scienziati, artisti, attori, musicisti, etc. Stesso amore, attaccamento alla propria terra.

Ma i giornalisti italiani che stilano elenchi di putiniani, applaudono i droni che uccidono i bambini e le studentesse, inneggiano all’invio di armi, di soldi ai nazisti di Kiev, chiedono sempre nuove sanzioni, si rivoltano nel limo ripugnante e blasfemo della russofobia intanto che “lavano” cervelli non li hanno visti.

La tragedia è che le conseguenze della loro cecità storica la scontano i popoli.
La banalità del male (Hannah Arendt) o, parafrasando Primo Levi: Se questi sono uomini…