Il lucido naufragio di un cantastorie di frontiera: Salvatore Luca Tota e le ”Lettere a Bibula”
Scrivere è spesso un atto di difesa, ma pubblicare è, senza dubbio, un atto di esposizione.
Nato a San Severo nel giugno del 1969, Salvatore Luca Tota non è un esordiente nel senso stretto del termine. La sua è un’identità artistica che da decenni opera come un ponte tra la tradizione della Daunia e la contemporaneità. Definito a ragione un “artista multiforme”, Tota ha costruito un linguaggio espressivo dove la sperimentazione materica della sua pittura, dialoga costantemente con la musica e la parola.
Già vincitore del premio Borgo Talent nel 2022 con il brano “La Fiat 600”, l’autore approda oggi alla letteratura con un’opera che sembra il naturale proseguimento delle sue performance teatrali e dei suoi reading musicali. “Lettere a Bibula: Racconti del Diazepam”.
Il libro è una vera e propria liturgia dell’insonnia.
Si tratta di un romanzo epistolare composto da cinquanta missive scritte nell’intercapedine temporale che va dalle quattro del mattino all’alba (dove la coscienza dondola sotto l’effetto delle benzodiazepine) in una Roma che fa da testimone muto a vent’anni di vita del protagonista. Sebbene il titolo suggerisca una cronaca farmacologica, ci troviamo di fronte a un romanzo a suo modo spirituale.
L’autore attraversa la Capitale, cercando di dare risposte a quelle domande che interrogano il destino, scontrandosi però con la consapevolezza che non sempre una risposta è possibile.
Il destinatario di queste missive è Bibula, o semplicemente “Bi”, un’entità cui ci si affida come a un amuleto nel momento del bisogno: attraverso il rapporto con questo silenzio accogliente, il protagonista misura la propria distanza dalla follia o la propria vicinanza alla verità.
A lei il narratore confida frammenti di un quotidiano surreale:
c’è la vicina di casa “brutta e ciotta” che fuma alla finestra; la figura enigmatica della “Pazza”, il medico che dispensa sedativi via telefono; e poi Sacha, con i suoi racconti erotici espliciti che lasciano il narratore in un limbo tra l’eccitazione e la malinconia di un migliore amico condannato all’ascolto.
Come osserva Canio Mancuso nell’introduzione, Tota eccelle nell’economia della parola, riuscendo a far ridere di sé stessi, un mestiere complicato che l’autore padroneggia con una sincerità spiazzante.
Il cuore del libro risiede nel contrasto: Tota ci parla del desiderio di una vita “piena come una manciata di ciliegie” che però resta sempre a pochi centimetri dalle unghie, irraggiungibile.
Emblematico è il passaggio della prima lettera, in cui il protagonista confessa: “Oggi pensavo al suicidio, ma con allegria, non come le altre volte in senso negativo”. E in questo paradosso che risiede la forza del libro: la capacità di sentirsi “vincente ma deluso”, come chi vince cinque euro con un Gratta e Vinci che ne è costati altrettanti.
Un altro passo rilevante del libro è il sogno ricorrente del TIR: il protagonista si vede alla guida di un camion da quattrocento cavalli lanciato sulla statale, solo per accorgersi che l’uomo che gli sbarra la strada ha la sua stessa faccia.
È l’incontro inevitabile con se stessi, mediato dal “cinema della notte”.
La genesi di quest’opera porta con sé un tratto di profonda umanità e condivisione: la veste estetica del libro è il frutto di una scelta corale. Attraverso un sondaggio sulla piattaforma "Andiamo!", l’autore ha invitato i futuri lettori a votare tra diciassette sue opere pittoriche per decidere quale dovesse farsi “promessa” in copertina.
Ciononostante vi è un tratto profondamente umano che emerge nel momento in cui questo libro incontra il pubblico: una messa a nudo emotiva che lo stesso autore ha rivelato di provare.
Sapere che quelle riflessioni nate nell’intimità della propria solitudine saranno lette da altri, spoglia l’uomo di ogni filtro. È la confessione di chi ha capito che la pigrizia a volte salva la vita e che la realtà si tocca solo con il cuore.
“Lettere a Bibula” resta però il suo autoritratto più intimo: il diario di un uomo che, tra un accordo di chitarra e una pennellata di acrilico, ha imparato il mestiere complicatissimo di ridere di se stesso sulla fune tesa tra la veglia e il sogno, senza ignorare il peso del dolore.
Ma soprattutto ci ricorda che, nonostante le domande inevase e i sogni in cui nessuno risponde, la vita resta il viaggio più strano e fantastico che ci sia concesso.
DETTAGLI DELL'OPERA
Titolo: Lettere a Bibula: Racconti del Diazepam
Autore: Salvatore Luca Tota
Editore: Andiamo! Edizioni
Genere: Romanzo epistolare / Narrativa contemporanea
Articolo a cura di Veronica Di Mauro ( tratto dal blog © Cronache Creative https://cronachecreative.wordpress.com
