La sfida del Volontariato: ponte tra l’umano e l’ir/realtà del digitale
L'affermazione più profonda che sia mai stata pronunciata a proposito di Auschwitz non fu affatto un'affermazione, ma una risposta. La domanda: "Ditemi, dov'era Dio, ad Auschwitz?". La risposta: "E l'uomo, dov'era?". (William Clark Styron)
SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - L’azione volontaristica è una scelta che potrebbe appartenere a tutti: così come il principio dell’umanità appartiene alla storia dell’umanità. Una scelta colma di speranza: è, infatti, la speranza la password che consente di “tollerare” la realtà e anche l’ir/realtà del digitale.
È evidente che si tratta innanzitutto della salvaguardia della vita: ma la cultura della vita che scaturisce dalla costruzione dello spazio della coscienza fa parte integrante della struttura dell’essere umano sin dall’alba dei secoli.
Educare oggi alla pratica costante e quotidiana dell’atto volontaristico, della solidarietà quale elemento fondante la civiltà, quale “ponte” tra l’umano e il virtuale non è cosa facile poiché nella nostra contemporaneità la vita sembra non avere più senso se non quello del profitto e dell’utilitarismo economico, oltre all’illusione narcisistica di disincarnarsi e diventare Dio. D’altra parte l’orrore al quale spesso assistiamo è il risultato della tragedia di un mondo privo di parola, incapace di comunicare con sé e con l’Altro.
Di qui l’azione educativa che tende alla “presa di parola” da parte del Volontario/a per immaginare e realizzare i luoghi del bene, del curare e del “prendersi cura” dell’Altro in una rinnovata visione del mondo.
È evidente che non è facile riscoprire la propria disponibilità all’ascolto, all’holding, per riappropriarsi della cultura della dignità dell’essere umano, della reciprocità e del rispetto in una società che spesso non percepisce il significato profondo della solidarietà. Una parola spesso abusata e logora che ha perso pregnanza emotiva e ha quasi oscurato l’identità originaria dell’impegno volontario quale scelta di vita.
La sfida del Volontariato significa spostarsi verso una soglia molto più ampia del cosiddetto altruismo: in tal senso le relazioni vengono trascese, poiché si collocano nella dimensione dell’incontro con l’Altro.
Si tratta, in verità, di un modo più profondo di ripensare l’essere umano all’interno di una realtà persa nei paradigmi dell’onnipotenza, della negazione della morte, del dolore e della sofferenza.
Il pensiero appare unico e non già plurale e migrante nel rispetto della propria identità. È invece possibile scoprire la disponibilità verso l’Altro soltanto se si è consapevoli e sicuri della propria identità. Possiamo cambiare se rimaniamo noi stessi nella dinamicità propria del divenire delle cose.
Fondamentale è l’idea di intersoggettività quale base per la formazione dell’identità che si nutre della memoria e della coscienza di sé nella continuità, nella condivisione di luoghi, affetti, storie. Di qui la possibilità di un cambiamento che strutturi e ristrutturi la realtà in un processo continuo alla luce del passato verso un progetto aperto a un’epoca di avvento, in cui necessario è considerare il virtuale fino alla cosiddetta Intelligenza Artificiale che è mero strumento, non certo sostitutivo dell’intelligere umano, dei percorsi creativi che hanno generato la scienza e le arti, la storia umana.
Ma in realtà difensive angosce profonde sempre ci accompagnano insieme alla percezione di antiche scissioni e processi molto problematici che fanno sì che nulla riesca più a “commuovere” se non l’uso estremo della violenza quale espressione di rabbie profonde e massive proiezioni verso coloro che ci appaiono diversi, compresa forse la persona della porta accanto.
La società, proprio attraverso le manifestazioni di quella eccessiva violenza quale bisogno compulsivo di provare emozioni e sensazioni, non essendo più capace di creatività quale veicolo in grado di sublimare le pulsioni, ci appare smarrita alla ricerca di quella ferma umana identità, indispensabile base di un’antica e nuova coscienza. E tale compulsività viene spesso utilizzata da situazioni in cui forse la logica economica, attraverso i convincimenti mediatici, finisce per dominare sovrana.
In tale contesto, che giunge finanche a livelli dissociativi notevoli, rappresentati in parte, come innanzi scritto, dal mondo virtuale facilitante l’emergere e il consolidarsi dell’infantile pensiero magico, risulta molto difficile per l’essere umano riconoscere la realtà della sofferenza e della necessità della condivisione del dolore dell’Altro.
Dinanzi ai nostri schermi televisivi, al riparo da insulti e oltraggi, spesso assistiamo ai massacri in diretta. Tutto ciò finisce per assuefare e anestetizzare i nostri sensi e rendere finanche gli orrori più atroci qualcosa che appartiene alla quotidianità in modo del tutto abituale.
Ricominciare ad ascoltarsi, a sentire, a ricentralizzare il valore della persona nella sua totalità è veramente fondante per un Volontariato che deve oggi più che mai, come innanzi affermato, essere ponte tra l’umano, l’artificio e l’artificiale, ritrovando quella “magnifica umanità” cui fa riferimento Sua Santità Leone XIV nella straordinaria Sua prima enciclica. Sua Santità Bartolomeo, Patriarca ecumenico, l’8 maggio 2026 ha affermato che la vita non è digitale, sottolineando che “l'attuazione dell'intelligenza artificiale richiede rispetto della dignità individuale, salvaguardia delle libertà fondamentali e promozione dell'equità sociale”.
Di qui la necessità di una diversa costruzione di una rete di relazioni e di condizioni in cui chiaramente si disveli a noi la possibilità di accogliere l’idea che la tecnica è solo strumento non sostitutivo del libero arbitrio proprio dell’essere umano.
Siamo come un mosaico in divenire che si costruisce stabilendo legami interculturali, affettivi ed emotivi in modo da poter affrontare il futuro, che, pur non appartenendoci ancora, germina dal nostro presente le cui radici sono nel passato. Un futuro che già sembra ferire la nostra dignità.
Il Volontariato può rappresentare una possibilità di ideazione di un luogo utopico che si pone tra terre diverse, per cui non può essere il risultato di un’imposizione o di messaggi manipolativi, bensì il frutto della consapevolezza. Si tratta di imparare a pensare per interconnessioni indispensabili per il nostro esistere nel mondo.
In tale complessa situazione sono forse tutte le Associazioni di Volontariato, compresa l’Associazione Crocerossine d’Italia ETS, che possono ancora lasciar intravedere altri orizzonti, facilitando la riflessione sul senso del proprio modo di “essere al mondo”, all’interno di “un’etica planetaria” che sembra svanire nelle mani di coloro che hanno smarrito il senso del limite, la preziosità del dialogo tra popoli, civiltà e generazioni, foriero di pace e pacificazione.
