“Salve, la lingua de lu tata” di Gino Meuli


FRANCESCO GRECO
- “Un rimedio molto in uso in caso di tossi catarrali erano le cosiddette coppe a vientu, applicate dalla solita comare guaritrice…”.

La forza della memoria, il passato che non passa e torna sotto altre forme, i suoi echi e risonanze. Le parole che lo evocano nelle sue infinite interfacce, e dove in controluce si intravede la forza delle radici, l’ancoraggio a una terra, il patrimonio dei suoi valori forti e condivisi, la spiritualità, usi e costumi, miti, riti, tradizioni, credenze, quel che compone il mosaico della sua memoria sedimentata nello scorrere inevitabile e sensuale del tempo, i secoli, i millenni.

“Altro rimedio casalingo era il cataplasimu. Ottenuto da semi di lino schiacciati, bolliti e raccolti in un panno sottile, era indicato contro gli ascessi, i grossi foruncoli e nelle suppurazioni”.

Sono le solide architravi della sua ricerca vissuta come una mission il maestro Gino Meuli, fresco novantenne (19 giugno 1936), nella sua ormai decennale attività di storico e studioso fecondo, generoso, instancabile.

“Spesso molte giovanette erano affette dalla clorosi, detta anche malatia delle verginedde. Si manifestava con pallore del viso, svogliatezza, astenia. La cura era consigliata dalla solita comare…”.

Ecco allora fra le mani le pagine preziose di “Salve. La lingua de lu tata”, pp. 516, Edizioni Panico, Galatina 2024, pp. 516, s.i.p., cover di Vincenzo Simone (il vecchio campanile della Chiesa Madre), arricchito da belle foto in b/n, con la dotta, illuminante prefazione di Hervè Cavallera, docente all’Unisalento (“Il passato che insegna nelle pagine di Gino Meuli”) e di Donato Valli (che risale al 2006 in occasione della presentazione della prima edizione de “I dialetti del Capo di Leuca”, 2004): “Se fosse vissuto ai tempi dell'antichità classica, Gino Meuli sarebbe stato l’aedo della sua terra…”.

“I soprannomi offrono importanti elementi per riconoscersi nella cultura della propria terra…”.

E’, in buona sostanza, un aggiornamento delle opere precedenti, una rivisitazione con i nuovi materiali che si sono accumulati in questi ultimi anni, un po’ dei quali (parole perdute e ritrovate) fornite dal popolo che le ha comunicate a Meuli.

Un affascinate viaggio nella memoria del paese natio, Salve (sud Salento, costa occidentale, Mar Jonio), che può essere considerato un grumo semantico di ciò che avveniva, nell’altro secolo, in tutti i paesi di Terra d’Otranto, la Puglia e il Mezzogiorno d’Italia, con lievissime varianti su base regionale (dalla Lucania alla Calabria, dalla Sicilia alla Campania).

“Come tutti i dialetti salentini, anche il nostro trae le sue origini dal latino volgare, cioè quello parlato dalla plebe romana circa 2000 anni fa”.

Eccoci allora tornare su topos già conosciuti e frequentati, un po’ come trovare la via di casa dopo una lunga assenza, ben sapendo che saremo accolti con gioia, che saremo felici ascoltando le parole che ci hanno intimamente toccati, perché evocano immagini lontane, fanno riaffiorare frammenti di vita vissuta, racconti ascoltati e sepolti nella memoria, comunicano emozioni e sentimenti, ricordi che appartengono non solo a noi ma anche o soprattutto alla terra e la gente dove si è nati, svezzati con amore, cresciuti, maturati e che ci ha nutriti col latte generoso e possente delle madri.

Eccoci allora immersi in un viaggio affascinante, aprire uno scrigno prezioso che rafforza la nostra identità. Ogni sosta è una scoperta, un arricchimento interiore e materiale: l’etimologia di nuove parole non più in uso in un dizionario infinito (fonetica, ortografia, accenti), purtroppo (l’omologazione culturale e identitaria violenta ne ha formattate un bel po’ ma tante sopravvivono), proverbi nati dalla natura e dagli infiniti aspetti della quotidianità, modi di dire, i toponimi, dei campi e del mare, i giochi di ieri, i soprannomi (“Le famiglie esenti da soprannomi erano e sono quelle immigrate”), i rimedi della medicina popolare praticata dalla vicina eppure efficaci, etc.

“Manciate lu lacciu crudu, o bbivite nu bicchieri de curcumiddu covutu…” (per digerire).

Grazie, Maestro! Seguiremo il tuo antico consiglio: nella speranza che basti per digerire i tempi pesanti che ci sono toccati in sorte, l’umanità insonne che ci pullula intorno…