'Serve filo', per ritrovare quello delle nostre vite


FRANCESCO GRECO
- “Secoli di poesia / e siamo sempre / al punto di partenza”, (Bukowski).
Viviamo tempi drammatici, amari, laceranti. Forse siamo alla vigilia di cambiamenti epocali profondi. Una fase di transizione, di passaggio, magari a un mondo migliore, un uomo nuovo, una vita diversa, degna.

La poesia può smussare gli spigoli, addolcire il cuore arido dell’uomo, essere consolazione e rifugio. E, soprattutto, mostrarci le assurdità e le assenze in cui siamo immersi, scrivere una nuova grammatica, una koinè finalmente inclusiva e condivisa.

“Serve filo”, ultima opera di Pina Petracca, appena uscita (pp. 182, euro 18, con la filologicamente densa prefazione di Maurizio Nocera) e già presentata con vivo interesse in più location, a prima vista, si colloca proprio in questo solco.

Fra le tante decodificazioni possibili e immaginabili, ne prendiamo una: è un grido di dolore per la tragedia umana in cui siamo immersi, le radici che ci hanno tagliato, la banalità del male che dilaga, la vita ridotta a pantomima, i valori relativizzati, il sacro sconsacrato, ogni etica insudiciata, devastata la pietas, laica e cristiana.

Un grido spalmato in più anni (2022-2025), a riprova che il dolore e lo sgomento non sono di questi ultimi tempi ma hanno, purtroppo, un ispido e delirante backround.

Sono versi attraversati da una luce cupa, diremmo illuminista, razionale, dacché Pina

Petracca ha una formazione scientifica: è docente nelle scuole di secondo grado, “E’ da tempo che non conto più / sulle dita i giorni / come si fa con gli atomi…”, (Gennaio ha bisogno di fiori).

E stando ogni giorno a contatto con le giovani generazioni, assorbe il disagio degli animi, l’incertezza nel domani, la brutalità della vita: materiale che riecheggia nei suoi versi, che diventano così un grido a più voci, che parte da una terra desolata e depredata, offesa e tradita, senza parole: “Non chiedo più / ragioni a questo vuoto, / benché i silenzi urlino…”, (Oppure un volo).

Eppure non c’è, in queste poesie (dalla tante declinazione, anche civile), abbandono, disperazione, sgomento. Al contrario, la speranza, una luce sensuale e quieta si intravede in fondo al tunnel dei giorni, amplificata dal fatto che la poetessa è nata e vive nel Sud: “Nulla ci appartiene / come lo sguardo / sul cielo”, (Punte di una stella).

La speranza da condividere con il prossimo, la collettività, l’umanità tutta: “Mi sono presa per mano / affondando dita nel palmo / con unghie / a graffiare / linee di destino e monti / in frane e slavine / di passioni”, (Mano d’aria).

Pina è certa che la voce della poesia può essere fecondatrice di un altro mondo dove far crescere i nostri bambini senza turbare la loro innocenza né rubare il loro futuro: “Tacete arerei, bombe, / boati di guerra, mortai, / sirene d’allerta, / urlate all’azzurro / alle nuvole / al vento, alle rocce, / urlate più che potete… / Il mio urlo è / di rabbia e di fame di quiete” (Urlate più forte).Un urlo escatologico, visionario, che è anche il nostro.