Creta. Madre di latte e miele e sogni dolci

DELIO DE MARTINO - Per cogliere il significato più profondo dei versi dell’ultima silloge di Santa Fizzarotti Selvaggi intitolata Creta. Madre di latte e miele e sogni dolci è utile ricordare che la sua pubblicazione, presso Fides Edizioni, è legata a quello che per l’autrice negli anni è diventato una sorta di rito spirituale e poetico.

Ogni estate la poetessa compie infatti un nostos verso Creta, l’isola che incarna l’archetipo della Grecità, del mito, le radici più profonde dell’ispirazione poetica ma anche il presente e il futuro della poesia. Da questo “viaggio mitico” la poetessa ogni anno torna gravida di poesia. Il frutto di questo viaggio, il suo “Minotauro”, è una poesia, che si può definire “ibrida”, nel senso etimologico di “meticcia”, nata da un atto di “hybris”, di violenza. L’atto di hybris per la poetessa è proprio quello di far incontrare e scontrare il mondo moderno, ipertecnologico, dominato dall’Ai e dal dilagante doomscrolling, con la “musa che non tace” come è chiamata nel Prologo, una musa che, nonostante tutto, da millenni continua a ispirare poesia.

Il Minotauro poetico è un ibrido perché impastato di antichità e di modernità, come i versi di Saffo ma presentati in questa silloge nella traduzione del più vicino Quasimodo, uno dei più grandi traduttori della poetessa di Lesbo la cui traduzione del fr. 47 apre l’intero volume.

Proprio da Saffo la Fizzarotti riprende i temi delle sue poesie, dagli elementi della natura, dai ginepri al vento e al sole fino all’Eros, ma anche la natura frammentaria delle poesie, che potrebbero essere fragmenta di liriche più ampie ma andate perdute nella memoria dell’autrice. D’altronde la stessa poetessa nell’introduzione spiega proprio che la silloge è il risultato di “un lavoro archeologico dei miei pensieri”. Scavi nella memoria personale ma anche culturale collettiva di un continente che per ritrovare se stesso non può far altro che tornare, come la poetessa, alle proprie origini, senza mai ignorare il presente e il futuro.

Le liriche di questa silloge sono dunque “ibride”, come il Minotauro, anche perché uniscono la frammentarietà formale, sintattica e poetica con la poikilia delle lingue. Le poesie si presentano infatti in ben tre lingue. Ogni lingua ha un profondo significato e cultura. Oltre all’italiano, la lingua madre della poetessa, le poesie si presentano anche in greco, la lingua madre della cultura europea, e in l’inglese, la koiné del mondo attuale, lingua asciutta e densa che ben si sposa con il tenore delle poesie. Com’è noto le traduzioni non sono mai una perfetta riproduzione dell’identico, ma diventano uno “stesso-altro”, e soprattutto nella poesia tradurre significa riscriverne il significato e trasferirlo in un altrove poetico. Basti pensare all’ebrezza del cuore che diventa intoxication of the heart in inglese. Nel caso di questo libro anche abbandonarsi alla contemplazione della morbidità dei caratteri greci diventa una possibilità di riscoprire quella dolcezza sinestetica del “latte e miele e sogni dolci”.

Oltre che ibrido il volume può anche essere definito “sincretico”, aggettivo che deriva da syncretikós, ovvero “unione di cretesi” e che in principio indicava l’alleanza delle città di Creta che di solito erano in lotta tra loro. La silloge è sincretica perché oltre alle liriche contiene anche delle suggestive foto che arricchiscono il tono lirico e concorrono a definire quell’ideale di dolcezza del latte e del miele di Creta, con albe, tramonti sul mare e flora locale.

Più che dolore del ritorno (nostos-algia), di omerica memoria, infatti questa silloge si propone di soffermarsi invece su sentimenti meno aspri e più delicati come le saffiche tenerezze, andando tra le pieghe della memoria e l’ebrezza del cuore fino a una nuova felicità (E sarà di nuovo felicità). Il risultato, dopo lo scavo archeologico tra sentimenti dolci, è un’architettura dell’anima.

Un’architettura presentata come fragile e delicata in cui la dolcezza dei sentimenti possa albergare oltre la fragilità umana. Infine chiude la silloge l’epilogo, un’invocazione alla “madre” del titolo, la Creta, “timorosa” e “nascosta”, “lontana eppur vicina”.