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Baresi che hanno fatto la storia di Bari: Giuseppe Gioia


VITTORIO POLITO -
Giuseppe Gioia (1937-2020), ingegnere e docente nel Dipartimento delle Acque del Politecnico di Bari, galantuomo e prolifico poeta dialettale barese, con una lunga attività culturale e poetica, ha dato un notevole contributo a Bari e alla Baresità.

Gioia, un ingegnere civile prestato alla poesia, si è sempre occupato di opere idrauliche nell’ambito dell’attività accademica ed in quella professionale dedicata ad interventi piuttosto impegnativi sul territorio.

È stato titolare della Cattedra di “Infrastrutture idrauliche” al Politecnico di Bari, ma Gioia, oltre a scrivere e pubblicare i risultati della sua attività accademica, si è dedicato, con molto impegno, a giudicare dai risultati e dai premi conseguiti, anche all’arte della poesia dialettale barese. È, infatti, autore di varie pubblicazioni di poesie dialettali che ha raccolto in decenni e che riflettono sensazioni e pensieri derivanti dall’osservazione del mondo che lo circonda. Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti nazionali ed internazionali per le sue poesie, tra i quali il premio dell’Accademia Internazionale “Padre Pio da Pietrelcina”; il “Premio speciale giuria” nel concorso internazionale di letteratura, poesia, giornalismo Città di Bari - il Papavero d’oro e numerose altre testimonianze.

Il poeta inglese John Keats sosteneva che “Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure” ed i versi di Pino Gioia sembrano avere proprio questa caratteristica.

Il risultato della pubblicazione, “Ritratti” (in collaborazione con Luigi Giacopino - Adda Editore), è più che soddisfacente, forse è la prima volta che due autori con intenti diversi, hanno pubblicato un volume unificando arte e dialetto: l’arte di Luigi Giacopino, un pittore dal forte istinto popolare, e quella di Giuseppe Gioia che, nonostante la sua mentalità tecnica, si scopre, attraverso le sue liriche, la sensibilità del suo animo verso la poesia. L’originalità sta anche nel fatto che i due autori, pur in tempi diversi, hanno avuto quasi sempre le stesse ispirazioni, scrivendo o disegnando ispirandosi a identici soggetti.


Le immagini e le poesie presenti nella bella pubblicazione coprono un po’ tutto il territorio della nostra bella Puglia, senza tralasciare tradizioni, San Nicola, Teatro Petruzzelli, Bari, la Valle d’Itria, insomma l’aria ed i suoni di casa nostra, quelli originali che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare fin dalla nascita. I due autori sono complici anche per aver affrontato altri temi relativi ad alcune città italiane come Siena, Redipuglia, Chianciano, Montepulciano, ma non hanno neanche dimenticato problemi sociali come gli emigranti, i profughi, o “le strascenàte”, “u presèbbie de le poverijdde”, insomma c’è l’imbarazzo della scelta tra una bella poesia e una bella immagine.

È il caso di ricordare la partecipazione di Gioia con il dialetto barese nella imponente pubblicazione curata da Francesco De Martino, “Puglia Mitica” (Levante editore), nel capitolo “Cantari mitologici di Pino Gioia”, definito dal curatore «…fecondo e gioioso che ha accettato di cimentarsi in questo genere di travestimento di temi mitologici. L’epica di Gioia è di stile ellenistico. È epica piccolina, perché vive della gioia dell’improvvisazione. L’archetipo di questi piccoli epilli sono le forme brevi dei cantari del ’300. La gioia del cantare prevale su tutto e si sposa con l’intenzione di facilitare il racconto nella ristretta schiera di amici capaci di intendere il dialetto e le sue ruffianerie». E, così, nel “Giudizio di Paride” troviamo la «“dea du schengirte fetóse” (dea della discordia permalosa), che si vendica suscitando la lite tra le tre dee, o in “Hera e Afrodite”, in cui l’Olimpo diventa “nu casine scilesciàte” (un casino debosciato), il cui “principale” era Zeus. Divertente anche la resa della scena decisiva, quella del prestito del reggiseno ruffiano “reggepètte reffiàne” in cui Afrodite si sfilò… il reggipetto che ricamato e di colore pieno pieno, teneva nascosto (A stu punde cóme saiètte Afrodite se sfelò… u reggrpètte ca recamàte e de chelùre chjine chjine tenev’aschennùte. Per finire con Cassandra che: “oltre a cuore e cervello aveva anche bellezza, troppa “Ièr’assà la bellezze de cudde fiòre”».

Tra le sue pubblicazioni in dialetto barese ricordo anche: “Ajire” (Uniongrafica Corcelli, 1996); “In viaggio con L’A.I.O.S.” (Di Marsico Editore, 2007), ma le sue poesie sono presenti in tanti libri e in tante citazioni che portano e porteranno i suoi versi in ogni dove facendo restare “viva” la sua presenza per sempre. Ovviamente per rendersi conto della liricità dei versi di Gioia, bisognerebbe leggere per intero le sue liriche, per le quali ha collezionato premi a non finire. L’elenco è troppo lungo per poterli ricordare.

Una per tutte, data l’attualità, la pagina dedicata al Teatro Petruzzelli, che vede da una parte il tratto e l’acquerello di Giacopino che mostra il teatro in fiamme, datata 1992, e dall’altra la bella poesia di Gioia, scritta nel 2003, segno inequivocabile della sofferenza che le persone sensibili hanno nei riguardi del tempio della lirica e contemporaneamente l’identità di vedute. La pubblicazione, contiene le prefazioni di Pietro Marino, “Uno sguardo d’amore”, e di Vito Maurogiovanni, “Il fascino del dialetto”.

Giuseppe Gioia è anche coautore, insieme a Gaetano Mele e Francesco Signorile, del prestigioso “Dizionario Barese/Italiano e Italiano/Barese “Per non dimenticare” (WIP Edizioni), pubblicato postumo. Un dizionario, atteso da anni, di circa 1000 pagine, da considerarsi il più completo, ricco e aggiornato di lemmi che, finalmente, vede la luce per la felicità di cultori, poeti, scrittori e simpatizzanti della nostra prima lingua, in modo che “U dialètte acchesì non móre chiú” (Così il dialetto non morrà). L’opera dispone di oltre 28.500 lemmi dialetto-italiano e circa 33.500 italiano-dialetto.

Ecco una poesia di Gioia dedicata alla sua Bari.

Bari

Lungomare

 

Come te ijacchie ndèrre alla lanze,

ce nu picche de timbe t’avanze,

vattìnne chiàne chiàne, all’appète

e acchiaminde ce cosa se vète!

 

U Bariòn, u Margarìte, la Rotonne

pare ca s’abbrazzene che l’onne

mendre la varchecèdde cu marenàre

chiàne chiàne, va drète o’ fàre!

 

Ce po’ aggire la cape sop’alla stràte

u vèrde sckatte mbacce, stà scettàte

e drète all’arvue, le mègghie palàzze

monumendàle, te le jacchie mbràzze!

 

Assà crestiàne vonne taccheresciànne

uaddòre d’u mare arrive da ogne vànne

atturne atturne jè tutte discia disce

te sinde chendènde, te pigghie u prijsce!

 

Come fermìche, uagnèdde e uagnùne,

sop’ò lungomare devèndene le patrùne

e come la sèra la luna s’appresènde,

sop’alle banghìne, quanda sendemènde!

 

Remanghe ngandate sott’a chisse stèlle

Atturne atturne me parene gioijèlle

ma come acchiamèndeche Punda Peròtte

Tànne tànne me sèndeche… assà de fòtte!


13.02.1998



Come ti trovi “ndèrre alla lanze”

se un poco di tempo ti avanza,

vattene pian piano, a piedi

e guarda (intorno) che cosa si vede!

 

Il Barion, il Margherita e la Rotonda

pare che si abbracciano con l’onda

mentre la barchetta col marinaio

pian piano insegue il faro!

 

Se poi volti il capo sulla strada

il verde scoppia, è abbondante

e dietro agli alberi, i migliori palazzi,

monumentali, te li trovi in braccio!

 

Molte persone vanno passeggiando

l’odore del mare giunge ovunque

intorno intorno è grande il ciarlare

ti senti contento, ti prende la gioia!

 

Come formiche, ragazze e ragazzi,

sul lungomare diventano padroni

e appena di sera la luna si presenta

sulle panchine, quanto sentimento!

 

Rimango incantato sotto queste stelle

tutt’intorno mi paiono gioielli

ma come guardo Punta Perotti

mi invade d’improvviso…  tanta rabbia!