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Nigro con “Osanna” di Venosa rende omaggio ad Agostino da Vietri (Pz)


LIVALCA
- Ho conosciuto il professor Antonio Vaccaro nei primi anni ’80 del secolo scorso quando, insieme con la preside Rosetta Maglione, fondò la casa editrice «OSANNA EDIZIONI» a Venosa, cittadina in cui nel 65 a.C. nacque il poeta latino Quinto Orazio Flacco…che, secondo alcuni studiosi, nelle sue opere ricorda spesso il padre ignorando la madre. Vaccaro è una persona molto simpatica, quella attrattiva che può regalarti la nascita in un paesino di 30.000 abitanti in provincia di Salerno, Pagani, noto per la basilica barocca di S. Alfonso. Sostengo questo perché il creatore di Osanna ha potuto assorbire ‘benevolmente’ il tesoro che proviene dalle Satire e le Epistole di Orazio, non avendo il dna spigoloso dei venosini della Basilicata, i quali, in virtù delle tre parti (chiesa antica, chiesa incompiuta e Battistero) in cui si divide la splendida Abbazia della Santissima Trinità, ritengono di essere ‘prescelti’. Pensate dopo mesi che conoscevo Vaccaro seppi da Mario Cavalli, mio padre, che il professore quando parlava della preside Maglione…ometteva di dire mia moglie «Io desidero vivere con te, io morirei volentieri con te» (Orazio). All’epoca non feci la riflessione che mi ‘regalo’ oggi: vuoi vedere che il segreto di una casa editrice ‘osannata’ consiste nel mettere in cabina di regia moglie e marito?

Racconta Raffaele Nigro che nel 2000, alla morte dello storico Tommaso PedÍo, la moglie Rosa Diamante gli donò, tra molti altri libri, un manoscritto di padre Agostino da Vietri riguardante il Martirio non consumato di S. Giuseppe da Lionessa Missionario Cappuccino - Opera sacra dommatica del Padre Agostino da Vietri Prelettore e Diffinitore Cappuccino, che, il vincitore del premio Campiello del 1987 con il volume «I fuochi del Basento» (Camunia), con meticolosità, pazienza, perizia e, forse, ‘incoscienza’ attribuisce al periodo sei-settecentesco, avendone parziale conferma sulla data che vi era su una lettera allegata:1768.

La spiegazione saggia è nella mezza paginetta che ricostruisce una biografia di Agostino da Vietri in cui l’editore, nel presentare l’opera, afferma:« Agostino da Vietri conosce bene Goldoni, come mostra il rapporto stretto tra la trama del Martirio e un’opera come “I due gemelli” e non dev’essere digiuno delle intramese del teatro popolare e delle opere del Metastasio, alla cui poesia fa ricorso sia nella metrica che nell’utilizzo del vocabolario». Onestamente questa mania di vedere ovunque l’influenza di Goldoni ( Venezia 1707-Parigi 1793) mi sembra poco rispettosa nei confronti del nostro Agostino; qualsiasi scritto del commediografo, la cui famiglia era originaria di Modena, che ha ideato «Il servitore di due padroni» può aver ispirato gli scrittori del secolo preso in esame, ma si tratta di supposizioni partorite con la mentalità informatica dell’epoca in cui viviamo; ritengo più plausibile l’influenza di Pietro Trapassi (Roma 1698-Vienna 1782) e della sua vocazione letteraria in orientamento della poesia per musica. Una riflessione andrebbe fatta, ma non in questo scritto, sul fatto che entrambi siano morti all’estero, ma mi soffermo solo sul dato certo che il Maestro Gravina convinse Trapassi Pietro a diventare Metastasio, in modo da essere più consono allo stato di poeta (Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in fronte scritto, quanti mai, che invidia fanno, ci farebbero pietà).

Raffaele Nigro ha recuperato (solo per questo meriterebbe un premio!), per i tanti amanti e studiosi di teatro, il carteggio che è diventato un volume dal titolo «Spellecchia, Diomira e Menechella» (OSANNA EDIZIONI, Venosa 2021, e 13,00), in cui si precisa trattasi di un dramma comico-sacro in tre atti del 1700 attribuito ad Agostino da Vietri (Potenza), frate cappuccino. Nigro ci fa notare che Agostino non era uno dei tanti frati Cappuccini parcheggiati in convento per esigenze ‘esistenziali’, ma quello che oggi definiremmo il ‘segretario particolare’ del capo superiore allora confinato nel termine di “Definitore”, inoltre era anche “Prelettore”, ossia sceglieva i testi su cui dovevano studiare coloro che partecipavano ai corsi formativi di noviziato.

Il curatore del libro nella sua interessante e indispensabile introduzione al volume dimostra la sua scarsa pratica della ‘confessione’, infatti esclude che Agostino possa aver appreso modi di dire, pensieri e situazioni in questo esclusivo incontro tra il peccatore e colui che fa da tramite con il Signore. Specialmente tra Napoli e Roma i ‘confessori’ sapevano più cose loro delle famiglie, che gli stessi interessati. Il racconto delle signore (erano sempre le donne più disposte a raccontare in dialetto, e senza imbarazzo, le proprie pene) era un mondo che si apriva con immediata spontaneità e che rappresentava fedelmente l’epoca vissuta. Nel leggere alcuni versi ho avvertito una similitudine con la canzonetta del Metastasio “La libertà” - scritta nel 1735 quando era già a Vienna - e che dimostra come il nostro Agostino fosse un cappuccino ‘evoluto’ ed erudito (Lo stesso Gaber nel suo noto pezzo “La libertà” qualcosa deve al Trapassi).

Se non fosse che Nigro (con i numeri ci sa fare, si tratta di un matematico mancato) nel volume ha circoscritto il periodo in cui Agostino ha scritto l’opera agli anni 1746-1768, direi che ci troviamo qualcosa di due opere del Metastasio : «Isacco, figura del Redentore», un oratorio italiano in due atti musicato dal più noto musicista ceco del tempo, e « Il re pastore» melodramma in due atti musicato da Mozart; peccato che abbiamo date certe per entrambi i lavori 1775-1776.

Nigro, che sempre con Camunia ha vinto nel 1992 il premio “Grinzane Cavour” con il libro «Ombre sull’Ofanto», nota che Agostino nella sua opera si avvale di un linguaggio in vernacolo napoletano per le persone più umili, a volte sgraziato, incivile, maleducato, mentre i nobili sono ‘accreditati’ di un forbito toscano sempre ‘pulito’ e corretto. Raffaele si spinge oltre nel notare come Agostino nella narrazione sia abile nel mantenere ilarità nei momenti poco elevati e sfoderare serietà assoluta nei passaggi religiosi e di superiore complessità.

Nel leggere velocemente l’opera ho quasi avuto la sensazione che gli Agostino fossero tre, ma il discorso è complesso oggi per il presente che viviamo, figurarsi per un lavoro di secoli fa. Ma il dubbio, come direbbe Shakespeare, è più angoscioso di una certezza.

«E’ andata via la colera e malencolia, ed è zà tornata in casa l’allegria»,« E qual Paradiso può promettere un Impostore, impudico, malvagio e malfattore?»,« Addio. Non posso dirti più idolo mio» sono tre esempi di versi che non vogliono ingannare il prossimo, ma sono testimonianza quasi di innocente candore e voglia di giustizia; messaggio che Agostino lancia da autentico frate che vive in grazia di Dio ed invita gli altri, pur nel giusto scorrere della vita, a sperare che la medesima possa sempre cambiare in meglio. Infatti, qui il richiamo evidente più che a Goldoni dovrebbe essere rivolto al mondo ecclesiastico che invita ad avere Fede e sperare che un miracolo ereditario, o di tale genere, trasformi i poveri in ricchi (Le buone intenzioni, direbbe un serio economista, non hanno valore…commerciale). La trama, in sintesi, di questo dramma ruota intorno al personaggio di Diomira, che noi conosciamo come un giovane di nome Carino (la ragazza abusata in maniera consenziente da un bel giovane…dileguatosi, si finge uomo), di Spellecchia, un povero infelice, disperato per aver perso il lavoro, che conosce una brava persona che gli promette pane e lavoro, infatti lo conduce in un convento per farsi frate. Un capitolo a parte merita la signora Menechella, donna che vive di espedienti, e che, pur di cambiare tenore di vita, punta tutto sul matrimonio della figlia. Al termine si saprà che Diomira, finto Catino, è la figlia di Menechella.

Orazio da Venosa direbbe: «Bisogna saper distinguere l’apparenza dalla sostanza:quando si muore di sete, è inutile cercare un calice d’oro», mentre Agostino da Vietri di Potenza:«Me ne consolo assai, onde più non cercherà tua madre riaver marito, ma tratterà per te qualche partito». In sostanza sono passati 20 secoli o solo 2, ma sul palcoscenico delle vita gli attori restano uomini e donne, con le proprie entrate e uscite di…scena. Prima di consentire a Livalca il suo solito intervento sopra le righe, voglio esternare a Nigro il mio plauso per averlo visto tornare agli amori iniziali, quando nel 1981 il suo lavoro “Basilicata tra Umanesimo e Barocco” (Levante, Bari) vinse il Premio Basilicata per la saggistica.

Livalca da provetto profano si chiede come mai un editore di prestigio e valore come Osanna debba stampare il suo libro nel lontano Veneto? Certo è colpa di quel digitale che stampa direttamente dal computer su carta e strappa non solo l’anima, ma anche i capelli…a chi li ha già donati da tempo.

Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi da Roma direbbe:«Chi vede il pericolo, né cerca di salvarsi, ragione di lagnarsi del fato non ha», al che il nostro Livalca contrappone «Prima di avvertire il pericolo ed essere eliminato, preferisco ‘scartarmi’ da solo». Comunque vada : Osanna sempre.