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Lucrezia, icona della Roma monarchica

 


FRANCESCO GRECO - Ogni epoca (e ogni potere) si regge su delle icone che sedimentano nell’immaginario collettivo ancorandolo a un plateau di valori che divengono patrimonio condiviso. Sono modelli polisemici, semanticamente innervati, che interagiscono in chiave dialettica con i popoli e le culture, segnandoli profondamente.

   Lucrezia, la matrona romana dalla vita breve e la fine tragica, è un’icona il cui transfert è arduo al tempo insulso dei femminicidi e della violenza sulla donna, frutto amaro di una società malata, di una psicologia, quella maschile, contorta, che legge in maniera morbosa il “mistero senza fine bello” e quando non può ridurla all’unicum, sfruttandolo e facendone proprietà privata, usa violenza.

   Non v’è alcuna arbitrarietà nel mettere accanto alle eroine delle tragedie greche cantate dai poeti tragici, da Euripide a Sofocle e Eschilo, ma anche Omero (Elena, Medea, Elettra, Alcesti, Cassandra, Ifigenia, la stessa Cleopatra e tante altre).

   Lo storico Mario Lentano (docente di Lingua e Letteratura latina all’Università di Siena e ha nel cv altre pubblicazioni sull’antichità greco-romana che pratica con assoluta padronanza, edite dal Mulino e da Salerno) ne ricostruisce la breve parabola in “Lucrezia” (Vita e morte di una matrona romana), Editore Carocci, Roma 2021, pp. 134, € 13,00, collana Quality Paperbacks.

   Diamolo in premessa: lo scavo nelle culture classiche, gli eroi, le protagoniste, i contesti storici, le leggende, le superstizioni, intercettano il nostro stringente bisogno di mito, di affabulazioni, di radici, di dna, di solido ancoraggio in un tempo straniante e virale che ci confonde, ci omologa violentemente, ci espropria proditoriamente di ogni lacerto di identità riducendoci a volgari cloni: formatta ogni specificità culturale per ridurci al rango infimo di consumatori seriali e così dominarci meglio, profilandoci e condizionandoci in tutto e per tutto.

   Non è stato facile per lo storico ricostruire una figura di cui, fellinianamente, poco si sapeva e tutto si immagina, collocata nella Roma monarchica che vuol farsi Repubblica e che poi diverrà impero cosmopolita dilagando a nord (Gallie), a sud (Egitto), a est (Balcani) e a ovest (Spagna), sulle tracce di Alessandro, in tutto il mondo conosciuto.

   Siamo nel 509, a. C., la donna ha il suo ruolo riconosciuto nella casa, la famiglia, la società. Forse limitatamente alle classi alte, nelle affollate suburre, le dinamiche socio-culturali sono diverse, ma la matrona Lucrezia è un modello di fedeltà e attaccamento ai valori fondanti dell’Urbe nata da poco per tutte le donne, collegando in tal mondo ontologicamente il suo protagonismo la sua vita a quella delle donne della Polis (si pensi a Santippe, virtuosa moglie di Socrate).

   Accade che una notte Sesto Tarquinio, il figlio del re Tarquinio il Superbo, che l’ha vista e se ne è invaghito, irrompe nella sua casa e la stupra. Lucrezia  non sopporta l’affronto, la lacerazione di un’icona scaraventata nella polvere e si toglie la vita (“Il suicidio diventa per lei la conseguenza necessaria di un’irredimibile impossibilità antropologica, quella di una matrona che non può essere più madre”).

   E tuttavia, inaspettatamente il crimine mette in moto una dinamica storica che destruttura la monarchia dalle fondamenta, segno ulteriore della considerazione della donna nel contesto socio-culturale della Roma ai primi vagiti, che perde tempo sotto le mura di Ardea, ma che smania per affacciarsi da protagonista sugli scenari geo-politici con intenti imperialisti, e quindi non può affidarsi al diritto per soffocare ogni spinta anarcoide e destabilizzante che la farebbe restare ai margini della Storia. 

   Lentano ricostruisce il contesto con sapienza e ricchezza di sfumature e di chiaroscuri, conducendoci per mano nei vicoli di Caput Mundi, facendocene respirare gli odori, a volte sgradevoli. Sullo sfondo della tragedia di Lucrezia, già s’intravede la Roma che poi con Cesare e Ottaviano arriverà al top della sua potenza e magnificenza, che dialogherà alla pari con altre culture (greca ed egizia), contaminandosi. Quasi a dire che il sacrificio della matrona non è stato vano, ma anche che nei destini che attendono l’Urbe, il suo ruolo di equilibrio dei rapporti famigliari e sociali era centrale e determinante. 

   Curiose la letture successive della vicenda di Lucrezia. Se per Seneca togliersi la vita è “sbattere in faccia alla natura il suo dono” e per Diodoro Siculo è “la più bella apologhìa di sé stessa”, fa specie invece quella di Agostino, che nella reazione orgogliosa della matrona legge quasi un’ammissione di “colpa”, di “partecipazione” alla propria tragedia. La misoginia della Chiesa ha radici lontane: la donna che vive il proprio corpo da sempre fa paura. 

   Dalle donne di Dante dichiarate lussuriose (Didone) alle “streghe” ex abrupto e arse vive per secoli, ai femminicidi quotidiani (variante filologica dei roghi), non abbiamo fatto grandi conquiste: abbiamo sempre paura della sua sensualità, incapaci di coglierne la ricchezza escatologica e l’energia purificatrice del mondo e dell’uomo. Beato l’uomo che riuscirà a sintonizzarsi con l’animo profondo e segreto della donna: avrà vissuto il vero Paradiso, ogni altro gli apparirà un dozzinale surrogato.