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Felice Alloggio ci racconta di 'Quando gli Dei dell’Olimpo passarono per Bari Vecchia'


LIVALCA - «Se la primavera del tempo vive soltanto una stagione l’estro di ciò che fate vive per sempre» questa l’attestazione  che Felice Alloggio riserva per i “teatranti”, figure cui il nostro attore-regista-scrittore-presentatore ha dedicato la sua ultima fatica editoriale senza vena polemica ma con profonda umiltà.

“Quando gli Dei dell’Olimpo passarono per Bari Vecchia”(Wip Edizioni, Bari 2021, e 15,00) questo il titolo del volume che si avvale di una prefazione di Francesco De Martino, che ‘sguazza’, con la maestria che tutti gli riconoscono, nella Puglia più mitica e ‘leggendaria’.   Alloggio, da quel robusto operatore teatrale che impersona,  ha voluto rendere omaggio a tutti coloro che recitano come attori affinché considerino il termine ‘teatrante’ non una ‘deminutio’, ma un passaporto per la gloria eterna.

De Martino inizia il suo lungo, dettagliato saggio-prefazione citando il professore Pierpaolo Fornaro e il suo libro del 1989 “L’appropriazione psicologica dell’antico attraverso la narrativa moderna” ossia chi, per narrare una storia moderna, adopera il mondo antico come scenario della storia.  Chi scrive si era imbattuto in Fornaro per un volume tanto amabile quanto prezioso dal titolo “Metamorfosi con Ovidio. Il classico da riscrivere sempre” (Olschki,1994), in cui il poeta di Sulmona più che un esperto di Ars  Amatoria sembra un condannato all’esilio, prima per volere di Augusto e poi per l’indecisione di Tiberio (Dal 14 d.C., anno in cui Tiberio divenne imperatore, fino alla sua morte, avvenuta nel  17 d.C., Ovidio attese invano un atto di clemenza).  

Il volume di Alloggio è composto da 22 racconti ambientati  quasi tutti nella Bari più vera-schietta-autentica-genuina che lui trasforma in un quartiere dell’Olimpo in cui dei, afflitti  da difetti mortali, avvicendano la lingua greca e latina a quella barese, anzi al nostro nobile vernacolo.

«I miti sono quelli degli dei greci, e greca è l’aria che traspira da questi racconti, ma i nomi sono latini, perché riguardano un periodo storico particolare, quello che va dal 54 d.C. quando era imperatore Nerone, fino al 79 d.C., quando era imperatore Tito», questo il ‘passaggio’  con cui De Martino ci introduce nel mondo che, la creatività letteraria di Felice e la sua profonda conoscenza del mondo classico, ha voluto edificare per deliziarci con racconti che sono un inno alla vita, anzi alla ‘dolce vita’ che la pandemia ha sospinto nel libro dei sogni non realizzati.

A questo punto per rispetto verso il mio professore di storia - quando si trattava di imperatori  romani affermava «…sentiamo il parere di  colui che fu amico di Caligola» non solo per via del mio cognome ma anche perché mi era riconosciuta una certa nozionistica conoscenza al riguardo - devo fare alcune ininfluenti osservazioni : non è tecnicamente esatto dire dal ‘54 d.C. quando era imperatore Nerone’ perché Claudio, che ha preceduto Nerone, è morto il 13 ottobre del 54 d.C. e, quindi, Nerone solo da quella data ha ricoperto la carica. Idem  vale per Tito che è diventato imperatore solo alla morte del padre Vespasiano, deceduto il 23 giugno del 79 d.C., senza dimenticare che Tito muore il 13 settembre de l’81 d.C., dopo appena tre anni e lascia il posto al fratello Domiziano.  Noi comuni mortali abbiamo un anno solo per la nascita e la morte, mentre un imperatore - o un altro ‘insigne’  assimilabile al re o ad  esponente di un parlamento - condivide  l’anno di investitura con un altro pretendente.  Ora potrei parlarvi  del glorioso anno 69 d.C. - noto come l’anno  che vide quattro imperatori al potere: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano - ma potrebbe essere considerato un tentativo di ‘appicciafuèche’  all’interno del perfetto Olimpo  ricreato da Alloggio. 

Il libro si apre con il racconto dal titolo «Dionigio, il figlio barese di Giove» in cui la fantasia creativa di Alloggio tocca tutti i rami della natura ‘umana’ e riesce a dimostrare come gli dei dell’Olimpo fossero di casa a Bari con pregi e difetti che avvincono il lettore per tutto il percorso intrapreso dall’autore che, con abilità e perizia, trova sempre soluzioni non solo attinenti, ma così estrose che il lettore è in ansia fin che non vengano rivelate.  In questo Alloggio è aiutato dal suo essere non solo attore, ma anche regista per cui sa quale tasto   attivare per tenere sulla corda chi ha deciso di seguire il suo testo e mira a  sorprenderlo con trovate mitologiche-baresi.  Esilarante e culturalmente ineccepibile il pretesto con cui Dionigio, appreso di essere figlio di Giove, avanzò la richiesta di poter divenire immortale - tipico del barese più autentico servirsi dell’attimo favorevole  per far ‘fruttare’ la nuova amicizia o situazione - e di grande ‘fede’ la risposta di padre Giove: non possibile l’immortalità del figlio, ma il dialetto barese essendo immortale avrebbe reso anche lo stesso Dionigio imperituro.   Alloggio in un altro istruttivo racconto ci espone la storia del monte Rosso, situato di fronte alla costa di Bari vecchia, per intenderci l’attuale Molo Sant’Antonio.  La trama è un susseguirsi di strani personaggi che vanno dalle blatte - le baresi ‘magnòtte’  che spesso da ospiti indesiderate diventano collaboratrici domestiche, con buona pace dei nostri ‘sensi’ - alle ragazze baresi che, per mantenersi vergini, affinano la loro arte amatoria fra di loro praticando un lesbismo temporaneo, in attesa del futuro marito.  Alloggio, con la malizia di chi ha lavorato  nelle stanze del potere più colto,  insinua che spesso, da ‘maritate’, vadano  a ripetizione da un professore chiamato u chembàre, ma ritengo si tratti di ‘volo pindarico’ per rendere più interessante e movimentata una scena ‘teatrale’.

Il primo matrimonio riparatore nella Bari vecchia mitologica è un racconto che  potrebbe essere la trama di partenza per un romanzo di minimo quattrocento pagine  che difficilmente troverebbe lettori interessati fra le giovani leve, ma fra gli ‘anta’ amanti della carta potrebbe avere molti estimatori. La storia parte da un Giove innamorato pazzo di Giunone, ma la dea non poteva proprio soffrire quel Giove  ‘pluvio’… tutto pieno di sé. Amico lettore solo procedendo nella lettura potrai sapere fin dove si spinge l’autore del libro.

Il mio modesto parere è che dai ventidue racconti di Alloggio si potrebbero estrapolare  i 4 più rappresentativi per  farne un film ad episodi, con la regia magari di Gennaro Nunziante, facendo lavorare i tantissimi nostri attori della BAT che meritano una tale occasione.

Potrei suggerire due nomi per una sceneggiatura più ‘navigata’, ma ‘fuori dall’Olimpo’  le indicazioni vengono interpretate come indebite interferenze; dato  che ormai mi sono esposto  puntualizzo che Giove e Giunone necessitano di interpreti di una già affermata notorietà.

Da segnalare che il volume di Alloggio si avvale di una presentazione di Graziano Mele - insieme a Pino Gioia e Francesco Signorile  ha realizzato un dizionario dialettale barese, impresa che non era riuscita al figlio di Giove Dionigio, secondo il racconto di Felice - che, pur sintetica, è pregna di spunti interessanti e qualificanti:«Si lascia al lettore il gusto di sfogliare le pagine assaporandone l’originalità con cui l’Autore esprime in fondo il suo amore per la città vecchia e il dialetto barese». 

Di Mele mi piace ricordare un libro colto ed elegante “Parole al vento” e gli ultimi  versi di una poesia dal titolo ‘Velèsse’:«Velèsse chiù lebertà/e pure chiù uagliànze./Velèsse chendàsse/u còre chiù,/méne la panze./Velèsse,velèsse…velèsse».

Vi è un detto latino «Quod licet Jovi non licet bovi» che evito di tradurre in dialetto barese, in modo che ognuno possa adattarlo al proprio modo di concepire l’esistenza terrena, ma che è anche una sintesi degli insegnamenti che vengono attribuiti a Giove e che Alloggio ha cercato di ravvivare con dotta arguzia e che mi permetto di riassumere in queste tre frasi :«Giove ci impose due bisacce: dietro quella piena dei nostri difetti e sul petto davanti quella con i difetti degli altri…» (Fedro nelle “Favole”);«Caelo tonantem credidimus Iovem regnare»(Quinto Orazio Flacco);«Se ogni volta che gli individui peccano Giove scagliasse una freccia, si troverebbe presto senza frecce»(Publio Ovidio Nasone). Ora pur se è vero che «Barba non facit philosophum», bisogna prendere atto che Felice quasi da ‘imberbe’ ci ha affidato le sue riflessioni che partono dalla “Signora Chella” e che andranno avanti  fino a quando  ci sarà un mondo perché :«L’arte è la memoria degli uomini, come la storia è la memoria dei popoli»( Corrado Alvaro).

Vi sono due frasi, una  di Alda Merini che merita di essere riferita:«I miti in cui andrò a cadere sono stelle veloci d’altri tempi» ed  un’altra di cui ho memoria  da sempre, condivido totalmente, ma  non saprei  a chi attribuire: «Gli eroi si ricordano, i miti non muoiono mai» che mi sembra possano legittimare l’ultima fatica editoriale dell’amico Felice Alloggio.   Da segnalare la rispondente, raffinata copertina ad opera di Anna Saccente e la mia ancora una volta sconfitta “questione meridionale al portatore” che vede il libro stampato a Noventa  Padovana, ma questa è un’altra storia da approfondire in camera caritatis.