Brindisi: 'Verdi in Città', Enrico Lo Verso racconta Maria Callas


BRINDISI
- La voce che ha cambiato per sempre la storia dell’opera, la donna nascosta dietro il mito, gli amori, le ferite e il prezzo umano della celebrità. Martedì 28 luglio, alle ore 21, lo spettacolo “Resta diva. Omaggio a Maria Callas”, con Enrico Lo Verso e Mirko Lodedo al pianoforte, arriva in piazza Duomo, per il secondo appuntamento di “Verdi in Città”, la rassegna di teatro e musica promossa dalla Fondazione Nuovo Teatro Verdi con il sostegno del Comune di Brindisi e la collaborazione del Polo Biblio-Museale, della Basilica Cattedrale di Brindisi e di Puglia Culture. L’ingresso è libero, senza prenotazione.

“Resta diva” attraversa la vita di Maria Callas dal punto di vista di Giovanni Battista “Titta” Meneghini, marito, primo sostenitore e figura decisiva nella trasformazione della giovane cantante nella Divina. Enrico Lo Verso dà voce a un uomo che ripercorre la propria storia accanto a un’artista destinata a diventare la “diva umana” del Novecento, ma anche a conoscere una solitudine profonda, resa ancora più dolorosa dal contrasto fra il trionfo pubblico e la fragilità privata.

Quando saliva sul palcoscenico era “La Divina”; quando gli applausi si spegnevano, tornava a essere una donna segnata da un rapporto difficile con la madre, da un bisogno incessante d’amore e da una vita affettiva attraversata da fratture profonde. Da una parte la voce capace di dominare i teatri più importanti del mondo, dall’altra Maria, esposta alla paura, all’abbandono e alla necessità di essere amata al di là del personaggio.

Il racconto torna al 1947, quando Callas incontra Meneghini a Verona, durante il suo primo ingaggio all’Arena per “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli. È lui a riconoscerne immediatamente il talento e a offrirle le condizioni materiali per inseguire il proprio sogno. Quel sodalizio professionale diventa presto un legame sentimentale. Sotto il suo sguardo, Maria affronta una trasformazione radicale: cambia il corpo, l’immagine, il modo di stare in scena. Il successo alla Scala con “I vespri siciliani”, nel 1951, segna il passaggio definitivo dal soprano all’icona di stile e di eleganza che il mondo imparerà a conoscere.

Ma ogni consacrazione porta con sé una frattura. La vacanza del 1959 a bordo del panfilo “Christina” introduce nella vita della coppia Aristotele Onassis e apre una stagione diversa, segnata dall’attrazione, dallo scandalo e dalla fine del matrimonio. Meneghini continua a guardare Maria come una creatura irraggiungibile, una figura che ha contribuito a far nascere e che poi ha visto allontanarsi. La drammaturgia e la regia di Alessandra Pizzi scelgono di osservare Callas attraverso gli uomini che le sono stati accanto e, insieme, attraverso il vuoto che ciascuno di loro ha lasciato. Pasolini, Giuseppe Di Stefano, Onassis, Meneghini: presenze diverse che compongono il ritratto di una donna amata, desiderata, idealizzata, talvolta ferita, mai liberata dal bisogno di trovare una forma stabile di affetto.

Maria Callas resta diva perché la sua voce continua a oltrepassare il tempo, ma anche perché la scena ha finito per diventare il luogo nel quale la sua fragilità trovava una forma assoluta, capace di trasformarsi in arte. Ogni interpretazione portava in scena qualcosa di irriducibilmente personale, fino a confondere il canto con la vita. La celebrità, la moda, i teatri, le fotografie e le apparizioni pubbliche si intrecciano con il silenzio della donna, con il progressivo isolamento e con il dolore che nessun applauso riesce davvero a cancellare.

Il pianoforte di Mirko Lodedo entra nella struttura drammaturgica come una seconda voce. La musica interroga la parola, ne amplifica le tensioni e apre spazi nei quali il racconto può sospendersi. Il suono richiama il mondo di Maria Callas, ma soprattutto restituisce la misura intima di una vita nella quale l’arte è stata rifugio, esposizione e destino. Meneghini è l’uomo che cerca di misurare il confine fra devozione e possesso, fra sostegno e dipendenza, fra il desiderio di proteggere Maria e l’impossibilità di trattenerla.

“Resta diva” conduce così il pubblico oltre l’immagine perfetta della Callas, fino al punto nel quale il mito cede il passo alla donna. La voce resta immortale, mentre affiorano la timidezza, la fame d’amore, la paura di essere abbandonata e il dolore di chi ha saputo conquistare il mondo senza riuscire a trovare una pace altrettanto grande. È in questa distanza, fra il canto e il silenzio, fra la Divina e Maria, che lo spettacolo trova la sua verità.